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REALTÀ AL CLOROFORMIO, LA PERCEZIONE DEI TIDAL WAVES/INTERVISTA

Il nuovo singolo “Cloroformio” è in rotazione dal 9 ottobre. La band alternative rock di Napoli per i lettori di MEDIAFREQUENZA

Con “Cloroformio”, i Tidal Waves esplorano una dimensione inquieta e sospesa, in cui il confine tra ciò che proviene dall’esterno e ciò che appartiene alla nostra interiorità diventa sempre più incerto. Il brano alterna passaggi rarefatti a sonorità più aggressive, lasciando emergere una tensione che cresce progressivamente attraverso gli arrangiamenti e il testo.

La band racconta a Mediafrequenza il processo creativo che ha portato alla nascita della canzone, il rapporto tra musica e parole e la scelta di lasciare aperte diverse interpretazioni. Un’intervista che approfondisce anche le influenze grunge, il ruolo dell’ambiguità nella scrittura e il desiderio di lasciare all’ascoltatore la libertà di riconoscersi nelle immagini evocate dal brano.

In “Cloroformio” la musica sembra seguire i cambiamenti di prospettiva del testo. È stata la storia a suggerire l’arrangiamento oppure il percorso è stato inverso?

Il percorso è stato inverso, come accade generalmente nella nostra scrittura: le parole arrivano quando la musica ha già preso forma. Nel caso di “Cloroformio”, i primi nuclei sono stati il tema che apre e chiude il brano e l’arpeggio che precede il ritornello. Già lì c’era quella sensazione di sospensione un po’ minacciosa da cui si è sviluppato il resto. Il testo ha permesso di riconoscere una dinamica dentro quei suoni: lo spostamento fra una presenza che si aggira attorno a qualcuno e chi avverte di esserne abitato, senza riuscire a comprenderla fino in fondo.

Il ritornello introduce una tensione che nelle strofe rimane più nascosta. Che cosa volevate comunicare attraverso questo cambiamento?

Nelle strofe il malessere ha qualcosa di strisciante: si avverte una presenza, ma è difficile capire da dove provenga. Nel ritornello quella stessa tensione acquista un peso fisico, attraverso le distorsioni e la forza della batteria. È un’alternanza che deve molto al grunge e che accompagna anche il cambio di prospettiva del testo. Ci interessava far sentire come qualcosa di apparentemente distante possa diventare improvvisamente invasivo. La parte più dura è, in questo senso, una conseguenza di ciò che si stava preparando nei vuoti della strofa.

Nel vostro processo creativo, quanto conta che le parole mantengano una certa ambiguità?

Conta nella misura in cui ci permette di essere fedeli a quello che stiamo cercando di esplorare. Ci sono tensioni che precedono la possibilità di descriverle con chiarezza, e assegnare subito un nome o un volto a tutto rischia di impoverirle. In “Cloroformio” l’incertezza riguarda anzitutto chi sta parlando: quella figura può essere una presenza esterna, ma anche qualcosa che si muove dentro di noi. Del resto, l’idea di essere un soggetto compatto, sempre identico a sé stesso, ci sembra piuttosto fragile. L’ambiguità del testo viene anche da questa difficoltà.

Il tema vocale che apre e chiude il brano contribuisce a creare una sensazione di straniamento. Come è nata questa scelta?

Quel tema è uno degli elementi da cui è nato il pezzo. Aveva già un carattere fantasmatico, una specie di presenza sospesa che ritorna anche nell’arpeggio prima del ritornello. L’arrangiamento si è sviluppato attorno a questa prima suggestione, fino a trovare nelle parti più aggressive un modo per darle uno sbocco. Il fatto che la melodia torni alla fine contribuisce a tenere aperta quella sensazione: dopo tutto ciò che è successo nel brano, ci ritroviamo ancora a fare i conti con la presenza da cui eravamo partiti.

Pensate che una canzone debba necessariamente offrire una chiave di lettura precisa oppure preferite lasciare spazio all’immaginazione dell’ascoltatore?

Ci piace che chi ascolta possa trovare un accesso proprio. Noi abbiamo dei riferimenti e delle domande che orientano la scrittura, ma la canzone deve poter vivere anche al di fuori di quelle premesse. È qualcosa che vale anche per “Caro Vecchio Neon”: si può entrare nel pezzo senza conoscere il racconto di Wallace. In “Cloroformio” ci interessa soprattutto che arrivi quella sensazione di inquietudine sospesa. Se poi qualcuno ci riconosce un’esperienza o un’immagine a cui noi non avevamo pensato, il brano acquista una possibilità in più.

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