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MUSICA, VIP E L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’APPARIRE

L’industria musicale sempre di più tesa a promuovere l’outfit di un artista svela la fragilità di un sistema che rischia il collasso

Di Fabrizio Ragonese

Nel 1976 Lucio Battisti dichiarò che non avrebbe più rilasciato interviste e in generale non sarebbe più comparso in pubblico perché, a suo dire, un artista deve essere giudicato esclusivamente in base al suo lavoro. Il suo obiettivo era farsi apprezzare esclusivamente per quello che produceva artisticamente, e non per chi in apparenza fosse. Parole che, lette oggi, sembrano provenire da un’altra dimensione. 

Per capire di cosa sto parlando, date un’occhiata alle dichiarazioni di un altro cantautore di quel periodo, Antonello Venditti:

Questi giovani sono bravi: io so fare quello che fanno loro, ma loro non sanno fare quello che faccio io. A differenza nostra, loro sono trafitti dalle scadenze, hanno paura di essere dimenticati. E prendi Annalisa: è una bravissima cantante, ma è stata costretta dal mercato a diventare altro da sé stessa. Anche Angelina Mango. Interpreti fantastiche e poi c’è qualcuno che decide il suono per tutti.

Come si fa a dargli torto? Provate a confrontare Annalisa agli esordi e adesso; il paragone è impressionante, in tutto e per tutto: stile compositivo, look…. Sembra quasi di vedere e sentire un’altra cantante. E chissà quanti altri come lei. La domanda, come si dice, nasce spontanea:

Perché? 

I cantanti italiani Lucio Battisti (1943-98) e Mina (1940) sul palco durante lo show televisivo della RAI Teatro 10, in cui si esibirono insieme. Fu l’ultima esibizione di Lucio Battisti in televisione italiana

Perché c’è tutta questa smania di apparire, questa cura ossessiva per l’immagine che nulla ha a che vedere con la musica, e che non di rado finisce per eclissarla insieme all’artista stesso? Mi direte: non è mica una novità; il connubio tra immagine e musica esiste fin dai primi anni settanta, con la nascita del glam rock, genere portato avanti da artisti spiccatamente eccentrici (basti pensare a David Bowie, Suzi Quatro, Elton John, ma anche ai Queen di quegli anni). Vero. Ma c’è una differenza fondamentale: quasi tutti gli artisti glam di quegli anni lo sono stati per scelta loro, presentando subito una certa immagine di sé e associandola immediatamente alla loro musica, perciò quello era solo un modo per esprimere la propria individualità. E soprattutto, hanno dimostrato che il loro talento, la loro musica e il loro successo non dipendevano dalla loro immagine e che potevano essere tranquillamente scollegati. E infatti, anche quando il glam rock è tramontato hanno continuato quasi tutti ad essere dei grandissimi artisti; magari un po’ diversi, certo, ma sempre grandissimi.

La storica bassista Suzy Quatro

Il caso degli artisti di oggi è diverso, perché nel loro caso si tratta di scelte imposte dall’alto, come ben evidenziato dalle parole di Venditti. A proposito, le sue parole hanno alzato un autentico polverone, com’era prevedibile, tanto che il cantautore romano è stato costretto a fare una precisazione:

“Attenzione! […] Io amo Annalisa, Angelina Mango e il grande talento di Madame quindi tutto l’articolo è un’enorme forzatura solo per creare strani e inutili paragoni. Le ho sentite interpretare canzoni di grandi cantautori con grande maestria, ma evidentemente per il mercato di oggi non basta essere brave. Si pretende un look e una presunta sensualità imposta da un ulteriore presunto sound ormai globalizzato […] “. 

Letto così, questo potrebbe sembrare un passo indietro, una ritrattazione. In realtà Venditti, nella sua grande intelligenza, non ha fatto altro che invitare i lettori a concentrarsi sul punto cardine del suo ragionamento anziché sui ricami e ricamini; e questo punto non è stato affatto smentito, anzi è stato ribadito con forza: Annalisa e Angelina Mango sono brave, bravissime. Ma tutto questo oggi non basta. Perciò quello che vediamo oggi in loro, e in tanti altri artisti come loro, non sono solo “loro”: è il risultato del loro talento, del loro lavoro, dei loro sacrifici e di quello che il mercato gli ha imposto. È questo il punto. Non è negare il loro talento, e nemmeno minimizzarlo. È contestualizzare gli eventi. Il contesto musicale di oggi è cambiato rispetto al passato. Come ho già avuto modo di scrivere, da molto tempo ormai si assiste a un progressivo impoverimento della scena musicale, quindi ormai la musica da sola non basta più. Serve qualcos’altro. E questo qualcos’altro, purtroppo, non lo decidono gli artisti, ma chi sta più in alto di loro. È per questo che le tendenze musicali sono diventate quasi impossibili da scindere dalle tendenze di stile; perché fa tutto parte del “pacchetto” di imposizioni dell’industria musicale. Uno/a come te deve fare questo tipo di musica, e chi fa questo tipo di musica deve avere questo look. E quelli citati da Venditti sono solo due esempi, ma ce ne sono fin troppi.

Vogliamo parlare di Elodie, improvvisamente scopertasi modella con tanto di calendario?

Che c’entra, tutto questo, con la musica?

Se fosse solo una questione di stile, il problema sarebbe piuttosto circoscritto. Il problema è che non è così, perché ad un certo “look” deve corrispondere un certo sound, e la standardizzazione dello stile passa anche attraverso la standardizzazione della musica, per riprendere le parole di Venditti. Sono pochi gli artisti che hanno il coraggio di ribellarsi a questa logica (un caso che ricordo bene fu quello di Mika, che rifiutò di diventare un cantante in stile Robbie Williams come avrebbe invece voluto la sua casa discografica), e c’è da scommettere che saranno sempre di meno. Non so voi, ma io non riesco a capire, e probabilmente non capirò mai, la ratio dietro a tutto questo: perché gli artisti non possono esprimere sé stessi liberamente, nello stile così come nella musica? Perché si vuole appiattire tutto in uno standard monotono e globalizzato? Possibile che le uniche motivazioni siano sempre e solo commerciali? Solo questione di vendite, classifiche, download, visualizzazioni, riproduzioni? Tutto per il vil denaro? Ma è davvero questo il vero volto dell’industria musicale? Temo di sì. Poi, però, per fortuna, c’è la musica. La musica e basta. Che con tutto questo non c’entra nulla. E che continuerà a sopravvivere a prescindere da tutto. Molto dipenderà, però, da chi si sceglie di premiare. Se per una volta le case discografiche decidessero di premiare chi sul palco mette solo sé stesso e la sua musica, senza imposizioni, senza immagini plastificate, senza strategie di marketing, senza nulla, lancerebbe finalmente un segnale importante: nella musica, così come nella vita, non conta l’apparire. Conta l’essere.

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