Sulle pagine di Mediafrequenza, l’autrice e produttrice svela i segreti dietro la nascita del suo primo EP, “Un bacio di fortuna”, raccontando l’esperienza olistica di una macchina creativa monumentale: dal lavoro di cesello grafico sulla cover art alla complessa gestione a distanza di brani magnetici come “Strega”

Un viaggio sonoro ed emotivo sospeso tra synth-pop da club e ballate intime, guidato da una precisa “psicologia musicale” capace di trasformare lo smarrimento in connessione. Con 30 brani nati da un profondo patrimonio poetico e una determinazione che l’ha portata a dominare da sola ogni aspetto legale e di scouting , l’artista delinea i suoi passi per il 2026. Il suo obiettivo? Dimostrare che la lingua italiana può farsi scelta estetica globale, abbattendo i confini del mercato per dialogare alla pari con la scena pop mondiale.
Il tuo primo EP Un bacio di fortuna spazia tra synth-pop da club e ballate intime. Avendo strutturato i testi attorno a una sorta di “psicologia musicale”, quale messaggio universale vuoi lanciare a chi affronta oggi la solitudine e la ricerca di senso?
Quello che mi interessa dire, in fondo, è che non siamo soli. Quella sensazione di vuoto, di smarrimento, prima o poi attraversa tutti: fa parte della condizione umana. Non si tratta di combatterla per eliminarla, ma di imparare a starci dentro senza perdersi, accettando certe “regole” dell’esistenza e trovando ogni volta la forza di restare fedeli a se stessi.
Nel disco parlo molto di connessione e comunicazione, come in Tu provieni da Marte con Sakuna: capire l’altro è già un atto rivoluzionario. In Strega con Flow invece entro nel tema della flessibilità mentale, del “vivi e lascia vivere”, perché siamo tutti diversi e questa diversità va accolta, non temuta.
C’è anche una vena quasi stoica: un invito al carpe diem. Questa è l’unica vita che possiamo davvero conoscere con i nostri sensi, quindi vale la pena educarli, questi sensi — creare, ascoltare davvero, non solo guardare ma vedere. Anche sorridere alle prove, come in Viaggio con Chiara Giovanelli, oppure smettere di scappare e affrontare ciò che arriva, come in Samarra con Domenico Protino.
E poi c’è sempre la ricerca della luce. Non perdere la speranza, mai. E se non riusciamo a farlo in modo razionale, allora almeno in modo intuitivo: riconoscere il dono della vita, anche nelle sue contraddizioni. Sognare la luce, con Chiara Marzaroli, per me è proprio questo: un simbolo, quasi una bussola emotiva.
Il titolo dell’EP richiama l’incontro tra destino, caso e scelte creative. Come avete lavorato con la visual artist Lucilla Dosa per tradurre graficamente nella cover art questa unione irripetibile tra testo, arrangiamento e interpreti?
Il titolo Un bacio di fortuna parla proprio di quell’alchimia misteriosa tra destino, caso e scelte creative, e la cover nasce da un lavoro di squadra molto preciso. Il logo che accompagna tutti e sei gli EP è firmato da Paolo Stefanelli, artista di Domodossola con un passato da grafico e una forte matrice surrealista, che da anni porta avanti una ricerca pittorica molto personale. Mi ha ritratta come un’autrice che guarda oltre, quasi a invitare chi ascolta a uscire dalla zona di comfort e a seguirmi in questo viaggio.
Io definisco il suo stile una sorta di realismo magico post-modernista: gioca su composizioni visionarie che oggi sembrano “figlie” dell’estetica dell’IA, ma che lui esplora da ben prima che le immagini generate dalle macchine entrassero nel nostro immaginario. Forse perché, alla fine, nessun creativo vive davvero senza musica: anche nei suoi lavori si sente un ritmo interno, come se i quadri fossero già delle canzoni.
A partire dal suo schizzo, la visual artist Lucilla Dosa ha fatto un lavoro di cesello digitale: ha ripulito, rifinito e adattato l’immagine per funzionare sia in stampa che sulle piattaforme, senza snaturarne l’anima. Il risultato è una cover che tiene insieme testo, arrangiamento e interpreti come se fossero un’unica storia visiva.
Tutte le cover dei singoli, invece, le ho realizzate io, intrecciandole ai video che ho prodotto per ogni brano, per far respirare musica e immagini nello stesso universo narrativo. È stata per me un’esperienza profondamente olistica, e forse è proprio per questo che oggi mi sento legittimata a dire che non sono solo autrice e produttrice, ma anche artista a tutto tondo
All’interno del volume spicca “Strega”, interpretato da Flow. Hai dichiarato che ogni volta che lo ascolti hai la sensazione che lei dia voce a una parte segreta di te: in che modo questo brano rappresenta la tua chiave di lettura emotiva?
Sono una donna, e sono convinta che le donne siano portatrici di un sapere intuitivo potentissimo, qualcosa che non si lascia ingabbiare dalla pura logica. È una bussola silenziosa che mi guida in un sacco di situazioni e che, molto spesso, finisce per avere la meglio sulla razionalità “maschile”, quella dritta, lineare, aggressiva.
Nel brano c’è proprio questo: la forza delle cose che non controlli. Le lune, le coincidenze, persino il “vento” che cambia direzione all’ultimo secondo e decide se vinci o perdi una battaglia, un amore, un’occasione. Non sempre vince il più forte o il più furbo, e la storia lo dimostra benissimo: a volte è l’intuito, o una variabile invisibile, a ribaltare la partita. Strega per me è la chiave di lettura emotiva di tutto questo: è la voce che sussurra “fidati del tuo sentire, anche quando non hai tutte le prove in mano”.
E sì, lo penso davvero: se gli uomini ascoltassero un po’ di più le donne – non solo le loro parole, ma la loro percezione del mondo – forse certe tempeste si potrebbero evitare prima ancora che arrivino.
Lavori a questa imponente macchina produttiva da febbraio 2025, scrivendo e producendo 30 inediti in poco più di un anno. Come sei riuscita, in tempi così serrati, a gestire da sola ogni fase, dal talent scouting agli aspetti legali?
Sono riuscita a farlo perché ci credevo in modo quasi irrazionale. Mi sono sentita proprio evocata da questo progetto: era come essere nel posto giusto al momento giusto, rapita da una macchina creativa più grande di me. Mi stanca tantissimo, ma allo stesso tempo mi ricarica, come una corrente alternata emotiva.
I 30 brani li ho scritti e musicati in tre mesi: avevo già un patrimonio enorme di poesie in russo, la mia lingua madre, e ho “solo” dovuto riscrivere i testi in italiano, perché i temi e le strutture emotive erano già lì che aspettavano. La vera maratona è arrivata dopo, con la ricerca delle voci: passavo ore a setacciare i social, ascoltare artisti emergenti, scorrere profili, scrivere messaggi, mandare demo. Ero molto sicura dei brani, forse più di quanto il sistema italiano sia abituato a vedere, perché il mio approccio – proporre una collaborazione vera, non un “servizio a ore” – è stato percepito come un po’ insolito.
Alcuni non mi hanno risposto, altri sono rimasti sulla cortesia di circostanza, altri ancora mi proponevano tariffe orarie, mentre io cercavo persone disposte a condividere il viaggio e i risultati. Chi ha cantato i miei pezzi, però, in qualche modo ha colto lo spirito del progetto, ognuno a modo suo. E gestire 30 interpreti diversi è quasi come dirigere una piccola costellazione: bello, ma impegnativo.
Sugli aspetti legali mi sono fatta le ossa da sola: modelli di contratto, ricerche, confronti con avvocati discografici, ore a capire clausole e diritti. La prima volta è faticosissima, ma poi ti rendi conto che stai costruendo una competenza che ti resterà per sempre. Il carico è stato davvero pesante, ho dovuto imparare in pochi mesi quello che di solito si spalma su anni. Forse è “colpa” delle forze lunari, ma alla fine ce l’ho fatta. Non so spiegare esattamente come, però so che non avrei potuto fare altro.
La produzione di “Strega” è stata complessa e interamente gestita a distanza con la cantante Flow e il producer Fabio Vaccaro. C’è un aneddoto curioso legato alle registrazioni di un brano nato prima ancora di conoscere la sua interprete?
In realtà l’aneddoto più bello su Strega è proprio… che è successa come una magia storta, ma perfetta.
Flow è molto lunare: non potevo controllare né i suoi tempi né le sue mosse, mi faceva impazzire. Io che sono maniaca di puntualità, con un progetto gigantesco da coordinare, a un certo punto ero davvero vicina a cercare una sostituta. E proprio in quel momento, puff: lei registra tutto in un attimo, come se nulla fosse. Strega! E questo, secondo me, spiega già tantissimo del suo modo di essere e di come il brano respira.
Con Fabio Vaccaro è stata quasi l’esperienza opposta: lui è precisissimo e di poche parole, mentre io avrei sempre bisogno di fare brainstorming a voce alta. Gli mandavo schede di lavorazione, riferimenti sonori, note chilometriche; lui rispondeva solo con “ok, modifico” e poi centrava esattamente il tipo di sound design che avevo in testa. Su Strega gli ho chiesto solo qualche stop and go in più, per far “scaricare” il groove e far ripartire la chitarra con più contrasto dinamico. “Ok, aggiustiamo”. Detto, fatto.
Il tuo percorso è iniziato con “Quest’autunno”, ma ora prosegue con ben sei volumi previsti per completare i 30 brani. Quali sono i prossimi passi per il 2026 e qual è il tuo sogno più grande per far dialogare il pop italiano con la scena mondiale?
Per il 2026 voglio fare due cose in parallelo: chiudere bene il “cerchio” dei sei volumi e aprire ancora di più le finestre verso fuori. Sto continuando a lavorare alla pubblicazione dei prossimi EP di Un bacio di fortuna, con l’idea di dare a ogni uscita un suo momento di luce, tra singoli, video e storytelling sui social, perché questi 30 brani non sono una “playlist”, ma un universo narrativo che va scoperto a capitoli.
Il mio sogno più grande è che il pop italiano smetta di essere percepito come “locale con i sottotitoli” e inizi a dialogare alla pari con le grandi scene del pop mondiale. Vorrei che la lingua italiana fosse trattata come una scelta estetica, non come un limite di mercato: che una canzone italiana possa arrivare in una serie Netflix, in una playlist globale o in un club di Berlino senza dover per forza cambiare lingua, ma lavorando sull’immaginario sonoro, sulla produzione e sulle storie che racconta.
Con Un bacio di fortuna sto facendo esattamente questo esperimento: usare strutture pop e produzione contemporanea per portare temi molto umani – solitudine, psicologia delle relazioni, ricerca di senso – in un linguaggio che chiunque, anche fuori dall’Italia, possa sentire vicino, anche solo per vibrazione emotiva. Se tra qualche anno una delle mie canzoni in italiano sarà cantata, remixata o campionata da un artista straniero senza che nessuno si stupisca della lingua, allora saprò di aver fatto centro.
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