Disponibile dal 4 settembre per PlayCab su tutte le piattaforme digitali “IN FORMA UMANA”, il nuovo EP del chitarrista e compositore pescarese Fabio Cerqueti

di Davide Iannuzzi
Esiste nelle composizioni di Fabio Cerqueti una qualità narrativa che fa della ricerca ipermelodica, attraverso sonorità prettamente acustiche l’essenza di uno stile ormai riconoscibile e diretto. E la direzione che prende mira a centrare le sensibilità più ancestrali dell’animo umano, li dove le convenzioni di mercato non hanno costruito inutili muraglie e la percezione viene stimolata direttamente da suoni che emulano la natura parlando in musica. Frasi di chitarra costruite per essere ricordate e magari cantate, scaturite da arrangiamenti essenziali e non adulterati dagli eccessi della tecnica e del virtuosismo. Basta chiudere gli occhi e farsi accarezzare da quella forma umana che viene dipinta dall’effetto glissato e cantilenante della lap steel guitar dell’inseparabile Luca Mongia con cui l’autore dialoga costantemente. Avevamo già incontrato Fabio Cerqueti circa due anni fa in occasione del lancio del suo precedente EP “STATO INTERESSANTE”, e non potevamo perdere l’occasione di dare continuità informativa a un progetto in costante progressione.
Fabio, la prima cosa che ti chiedo è tracciare il filo rosso che lega il tuo nuovissimo EP “In forma umana” con gli altri due già pubblicati, “Variabili dall’Anima” e “Stato Interessante”
Questo nuovo EP nasce in realtà dall’ottimo riscontro ottenuto dal singolo Blues Me, contenuto nel mio precedente lavoro, Stato Interessante, e impreziosito dalla partecipazione alla lap steel dello straordinario musicista Luca Mongia.
Da lì, la collaborazione con Luca si è naturalmente evoluta, fino a trasformarsi in un vero e proprio progetto artistico, che oggi portiamo avanti anche dal vivo. È così che ha preso forma questo nuovo lavoro: un EP di cinque brani, composto, suonato e prodotto insieme.
Questo lavoro in effetti consolida il sodalizio tra te e Luca Mongia; descrivici il segreto dell’alchimia creata tra chitarra classica e lap steel
È stata innanzitutto un’intuizione di Luca quella di cogliere il particolare sound che nasce dall’intreccio tra chitarra classica e lap steel, riconoscendone un carattere originale. Da lì, la forte affinità artistica che è nata tra noi ha fatto il resto, permettendoci di sviluppare questo linguaggio musicale in modo del tutto naturale.
Ma credo che l’alchimia non sia soltanto musicale. A livello umano, Luca è una persona davvero speciale e il nostro rapporto ha contribuito moltissimo alla nascita e alla crescita di questo progetto. Gli devo davvero molto.
In qualche modo il titolo “In forma umana” fa pensare alla necessità di recuperare valori in via di estinzione…
Sì, il titolo racchiude proprio l’idea di bellezza, fragilità, unicità e autenticità che contraddistingue l’essere umano rispetto a tutto ciò che è artificiale e omologato.

I tuoi brani suonano sempre molto riconoscibili nel tracciamento della melodia e nella ricerca del sentimento. È in qualche modo una risposta e un appello alla nuova generazione di chitarristi ossessionati da tecnica e virtuosismo?
Credo sia un processo del tutto naturale. Ho sempre dato importanza all’essenza della musica, alla ricerca di qualcosa in cui potermi riconoscere, anche a costo, qualche volta, di apparire troppo minimalista. Non ho mai sentito la necessità di dimostrare qualcosa attraverso la tecnica, ma piuttosto di cercare l’emozione nel suono e lasciare che la musica possa parlare per me.
Quello che propongo è, prima di tutto, espressione dell’anima. Se una melodia semplice, una nota o una particolare sfumatura riescono ad arrivare a qualcuno e a suscitare un’emozione, per me quello è già il risultato più importante. E, naturalmente, non posso che esserne felice.
Tra le cinque tracce del nuovo EP compare un omaggio a Rodolfo Maltese; puoi descriverci cosa ti lega maggiormente allo storico chitarrista e ricercatore di sonorità?
Rodolfo per me è stato molto più di un maestro, direi quasi un padre. Quando sono arrivato a Roma ero poco più di un ragazzino e lui mi ha insegnato tantissimo: mi ha dato delle opportunità professionali, ma soprattutto mi ha trasmesso valori importanti, non solo legati alla musica, ma alla vita.
Era una persona di un’umanità incredibile. Il titolo del brano che gli ho dedicato, Quanti sorrisi, nasce proprio da un’immagine di lui che porto dentro: i suoi sguardi, i suoi occhi che sembravano brillare ancora più di un sorriso. Erano lo specchio della sua anima gentile e della sua straordinaria umanità.
A proposito di passato, recentemente ti abbiamo nuovamente visto sul palco con Massimo Di Cataldo…
Ah sì, è stata un’emozione grandissima! Ci siamo rivisti dopo sedici anni: Massimo era in zona per un concerto e mi ha invitato per una reunion. È stato come tornare indietro nel tempo per un attimo!
La nostra collaborazione, durata ben undici anni, è stata davvero intensa, oltre il semplice rapporto professionale. Tra noi è nata un’amicizia fraterna, un legame umano molto forte che, in situazioni come questa, riesce a riemergere immediatamente, anche dopo tanti anni. È stato bello ritrovare quella sintonia come se il tempo non fosse mai passato.
Torniamo a “In forma umana”: c’è una verità esistenziale ricercata nella dimensione più artigianale e nel dialogo tra gli strumenti implicati…
Credo che proprio il dialogo tra gli strumenti e tra le persone sia l’elemento fondamentale del progetto. Quando la musica nasce da un confronto autentico, ogni strumento mantiene la propria identità, ma allo stesso tempo si mette al servizio dell’insieme.
È una dimensione che lascia spazio alla sensibilità, all’ascolto reciproco e anche all’imprevisto. Ed è forse proprio lì che si trova quella verità di cui parli: nella possibilità di lasciare che la musica respiri, senza dover necessariamente controllare o perfezionare tutto.
Credi che l’elettronica applicata alla musica abbia compiuto il suo ciclo?
Ho sempre pensato che ogni modo di fare musica sia valido, quando nasce da ispirazione e creatività. Il fatto che sia acustica, elettronica o realizzata attraverso altri strumenti è, in fondo, una questione di preferenze, di gusti e di varietà delle proposte, ed è giusto che sia così.
Viviamo in un periodo storico marchiato a fuoco dall’IA; quale è il tuo rapporto di musicista con questa realtà sempre più dilagante?
Non c’è, in realtà, alcun rapporto. Anzi, proprio nel lavoro con Luca abbiamo scelto un approccio molto più vintage, alla ricerca di un suono più vero, autentico e caratteristico. Quindi, rispetto all’IA, ci muoviamo decisamente nella direzione opposta: cerchiamo qualcosa di umano, imperfetto e riconoscibile.
Mi ha suggestionato la cover dell’EP, in cui vediamo una gigantesca nuvola timidamente addolcita da un contorno di cielo e una distesa bucolica interrotta da una minuscola abitazione. In che modo questa immagine esprime il contenuto del tuo lavoro?
La foto è stata scattata in Islanda da un fotografo straordinario, Mauro Cantoro, con cui collaboro fin dal mio primo EP. Le immagini paesaggistiche sono ormai diventate una costante nelle copertine dei miei lavori. In questa fotografia ritrovo la meraviglia dell’universo, ma anche il contesto, immenso e quasi inafferrabile, in cui si inserisce la presenza umana. Quella piccola abitazione, immersa in un paesaggio così vasto, restituisce proprio questa sensazione: la nostra dimensione, così fragile e minuscola, di fronte alla grandezza di ciò che ci circonda.
La fotografia, inoltre, è stata scattata durante un momento di pioggia, subito seguito da una riapertura della luce. In Islanda le condizioni meteorologiche possono cambiare molto rapidamente e trovo che questa mutevolezza aggiunga un ulteriore significato all’immagine. Mi fa pensare alla vulnerabilità della condizione umana, alla nostra esposizione a ciò che non possiamo controllare e, allo stesso tempo, alla capacità di attraversare i cambiamenti e ritrovare la luce. È un aspetto che sento molto vicino anche al contenuto del mio lavoro: infatti, il singolo “Senza più pensiero” esprime proprio questo.
Quanto incide il territorio pescarese in cui vivi nell’evoluzione delle tue composizioni?
Nei miei quindici anni di vita a Roma ho avuto davvero infinite possibilità, e averle vissute durante il periodo della giovinezza ha avuto per me un valore ancora più grande. Oggi, in una fase della vita in cui le esigenze sono diverse, poter vivere e apprezzare un territorio come quello abruzzese è per me una grande ricchezza. Qui ci sono il mare e le montagne, e mi capita di passeggiare in riva al mare con l’orizzonte da una parte e le cime dall’altra. È una dimensione che offre un rapporto molto diretto con la natura e che, inevitabilmente, diventa anche fonte di ispirazione per le mie composizioni.
Mediafrequenza Attualità, cultura, sport, spettacolo