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DA LIGABUE A TRENTALANCE ALESSIO DE LEONARDIS, REGISTA DI SPIRITO LIBERO E ANIMO ROCK

Dopo la recente uscita nelle sale cinematografiche di “Sarò Franco – Una Vita Un Po’ Porno”, (docufilm sulla vita del porno attore Franco Trentalance) e la vicenda delle location negate nei parchi del bolognese il regista romano si prepara all’imminente presentazione di “Ghiaccio”, racconto dell’infinita favola della boxe in coregia con Fabrizio Moro

di Davide Iannuzzi

Il docufilm sulla vita dell’ex porno divo Franco Trentalance presentato a Bologna il 22 novembre al Nuovo Cinema Nosadella giunge al pubblico dopo le note vicende della negazione, da parte dell’Ente di Gestione di Bologna, del Parco di Monte Sole e quello dei Gessi tanto cari all’attore, perchè il tema del film non è risultato ‘coerente con i luoghi richiesti per poter filmare’.

Se per Alessio De Leonardis il 2021 si chiude con l’abbattimento del muro della retorica e del perbenismo, portando a compimento un progetto tanto ambizioso quanto carico di pregiudizi e gridanti populismi il 2022 si annuncia trionfale con l’uscita di “Ghiaccio”, l’atteso lungometraggio sul mondo della boxe girato in coautorato con Fabrizio Moro, frutto di una testata alchimia tra immagini e musica maturata sui set di numerosi videoclip, dirigendo tra gli altri inamovibili capisaldi come Ligabue.

“Per scegliere di vivere in modo libero ci vuole anche un pizzico di coraggio”; partirei proprio da questa frase detta da Franco Trentalance nel il tuo nuovo docu-film a lui dedicato e da poco presentato a Bologna: Quanto coraggio c’è voluto per mettere in piedi questo progetto?

Guarda… in realtà il coraggio è stato solo dei produttori. Massimiliano Girvasi e Lapo Tanelli con la loro casa di produzione (la “Wobinda produzioni”) sono due tipi un po’ fuori dagli schemi e se accettano un’idea poi la portano avanti. Questa idea, ad onor del vero, è stata più loro che mia. Me l’hanno sottoposta, ho pensato che poteva essere interessante svilupparla e siamo partiti…
Tutto nel giro di pochissimo tempo.

Il docufilm non presenta scene a luci rosse, eppure i giornali hanno riportato che vi sono stati negati alcuni parchi del bolognese per degli inserti in esterno; come sono andate le cose?

Sostanzialmente avevo bisogno di girare in alcuni posti che Franco frequenta nella vita di tutti i giorni. Su tutti, in determinati parchi lui è solito fare trekking.
Ho pensato che sarebbe stato bello filmare lì perché sono posti che meritano e che, oltretutto, riflettevano quell’idea di libertà che cercavo di raccontare. Una volta scelti i posti però, i permessi per girare tardavano quasi inspiegabilmente ad arrivare… poi abbiamo capito che chi di dovere non voleva girassimo lì scene di un documentario che, sebbene senza alcuna scena hard, raccontava di un ex pornoattore. Quei luoghi non potevano essere “inquinati” dall’idea che la parola “porno” sarebbe potuta essergli associata. Un assurdo bigottismo insensato che ci ha tenuti bloccati per un po’ di tempo; finché non abbiamo optato per altre soluzioni comunque funzionali.

Emancipazione culturale abbattimento dei tabù generazionali: che ruolo ha per te il cinema in questa missione?

Credo che il cinema, come l’arte in genere, debba essere “libero”. E quando dico libero, intendo libero dal giudizio (se non del pubblico) sul tipo di idea o storia che si vuole raccontare. L’emancipazione culturale e l’abbattimento dei tabù sono dei concetti che camminano (a volte troppo lentamente forse) insieme allo sviluppo della società.
Il cinema credo che abbia il dovere di capire come e quando sia il momento giusto di fotografare alcuni aspetti dei cambiamenti e tentare di dargli una libera interpretazione.

Per restare sulla frase di Trentalance, quanta libertà hai guadagnato con il coraggio che finora hai investito nel tuo percorso professionale?

La libertà non credo si guadagni. Io cerco di inseguirla. Di capire il vero senso di questa parola che mi affascina e mi spaventa allo stesso tempo. Chi lavora nell’arte non penso abbia più coraggio di chi si sveglia alle 5 del mattino per andare in un cantiere. Ha solamente una passione e ha avuto la fortuna o il coraggio (ma solo in questo senso) di coltivarla e di lottare per essa. È chiaro che se poi sei riuscito a conquistare determinate cose dal punto di vista lavorativo e lo hai fatto col sacrificio anche quando tutti ti dicevano di lasciar perdere, allora forse quella libertà di cui tanto si parla diventa un premio, sebbene effimero, per tutti i tuoi sforzi. E il tuo dovere, dal punto di vista artistico, perlomeno nei confronti di te stesso, diventa quello di proteggerla più che puoi.

Il 2021 è un anno particolarmente prolifico per te, all’uscita di Sarò Franco si aggiunge quella imminente di “Ghiaccio” un lungo in coregia con Fabrizio Moro, dedicata al mondo della boxe. Come è Nato questo progetto?

“Ghiaccio” è nato una sera quando due amici si sono guardati in faccia e hanno detto “perché no?” Io e Fabrizio ci siamo conosciuti anni fa. Un amico comune ci ha presentati perché Fabrizio cercava un regista per dei videoclip. Mi ricordo che abbiamo capito che ci saremmo intesi già dalla prima chiacchiera. Io e Fabrizio siamo molto simili.
Quello che lui mette nella sua musica io lo metto nelle mie storie. Diciamo che siamo stati fortunati ad incontrarci.
Il nostro rapporto di lavoro si è trasformato in una amicizia dopo pochissimo.
Poi, qualche anno fa, in una delle nostre conversazioni notturne (in genere ci sentiamo a tarda notte) mi racconta della sua voglia di scrivere un film sulla boxe. Nessuna idea in particolare, solo questo.
Poi il tempo è passato e i reciproci impegni ci hanno un po’ allontanato dall’idea… ma poi, poco prima della pandemia ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto “o adesso o mai più.” E nel giro di qualche mese abbiamo scritto “Ghiaccio”.

In cosa ti sei sentito arricchito nel contributo di un cantautore in tema di direzione degli attori, scelta delle inquadrature e movimenti di macchina?

Lavorare con un cantautore è un privilegio. Ed era chiaro già in scrittura. Spesso, mentre scrivevamo, ci si fermava perché venivano in mente idee musicali, temi. Il tema del film, per esempio, Fabrizio lo ha composto una notte mentre scrivevamo una scena. E non è più stato cambiato.
Sul set non ci abbiamo messo molto ad allinearci. Dirigere un film in due non è facile. Il vantaggio è stato che eravamo entrambi gli autori della sceneggiatura quindi avevamo chiaro dove volevamo arrivare e non improvvisavamo quasi mai. Siamo stati due teste fuse in una unica.
Sul set io amo stare in macchina e mi piace vivere la scena con gli attori, stargli vicino, sentirli. A volte però rischi di perderti delle cose dovendo stare attento contemporaneamente sia alla tecnica, all’inquadratura, alla mera estetica e alla recitazione e quando è capitato è sempre spuntato Fabrizio a correggere.
È stato davvero come avere a che fare con un solo regista che però aveva due teste. Quando una perdeva lucidità, spuntava l’altra e viceversa.
Spesso, e questo può succedere solo lavorando con un cantautore, è capitato ad esempio, che un’inquadratura pensata da me si trasformasse perché Fabrizio in quel momento, vivendo la scena, iniziava ad immaginare la musica. Allora ci fermavamo, me ne parlava, mi spiegava il tipo di musica che stava immaginando e, una volta trovato l’accordo tra noi l’inquadratura cambiava seguendo un ritmo musicale creato al momento.

Quando uscirà il film?

Entro il 2022, ma la data ufficiale per ora è top secret

Alessio De Leonardis, Ligabue, Fabrizio Moro

Per molti registi sembra imprescindibile che il proprio percorso attraversi la direzione di videoclip musicali. E infatti con Fabrizio Moro hai condiviso un’altra regia molto importante, quella del videoclip di Ligabue tratto da “Sogni di rock’n’roll” e girato a trent’anni dalla sua pubblicazione. Puoi raccontarci qualcosa di questo progetto?

Non credo che sia un percorso obbligato passare dal videoclip al cinema. Sono due mondi completamente diversi e spesso un regista di videoclip non ha proprio idea di come si faccia un film e viceversa. Linguaggi e ritmi completamente diversi. Io e Fabrizio stavamo lavorando su alcune idee per un videoclip che volevamo fare per un singolo di Fabrizio.
Avevamo partorito un’idea ma poi si è presentata l’occasione di proporre a Ligabue un’idea per il suo “Sogni di Rock and Roll”. Avevamo quest’idea e abbiamo pensato che funzionasse bene anche per quella canzone. L’abbiamo messa su carta e l’abbiamo fatta leggere a Luciano.
Ci ha dato l’ok immediatamente ed è partito il progetto.
Mi è capitato di leggere commenti di persone che non hanno capito l’attinenza del tema trattato nella canzone col videoclip.
A loro rispondo che il videoclip non è necessariamente una didascalia visiva di un brano. Il Rock and Roll è libertà, amore, frustrazione, rabbia, rivalsa. Nel Rock and Roll c’è tutta questa roba qui. E nel videoclip si parla di amore.
Nulla di più attinente. Basta saper andare un pizzico oltre…

Non hai ancora quarant’anni eppure il tuo curriculum è pieno zeppo di regie e firme di sceneggiature per altri registi. Come è iniziato questo percorso?

Eppure sono ancora considerato “il giovane regista”… roba che se fossi in America sarei già vicino alla pensione…
È iniziato tutto per gioco. Cazzeggiando con degli amici e una telecamera all’età di 13-14 anni. Un mio caro amico propose a scuola, durante l’ora di religione, di vedere un film. Il professore accettò. E rimandammo alla settimana successiva la visione di suddetto film. Poi il mio amico mi disse che il film se l’era inventato e che avremmo dovuto girarlo noi. E lo facemmo… Da lì, ho capito che la mia passione sarebbe potuta diventare qualcosa di più. Ho iniziato a studiare cinema. Ho fatto il mio primo film per il cinema da assistente schiavo a 21 anni. Tutta la gavetta.
Assistente alla regia, aiuto regista poi… fino a fare il salto alla regia.
Non mi sono più fermato.

Il mondo del digitale, così come quello del web offre a molti registi e aspiranti tali la possibilità di avere vetrine un tempo inaccessibili? Cosa ci ha guadagnato e cosa ci hanno perso in tutto questo i mestieri del cinema?

Il mondo del digitale, ma soprattutto quello degli youtuber (o come si chiamano) e dei videomaker lo ha semplicemente disintegrato il cinema. O perlomeno ci ha provato. La maggior parte delle persone oggi prende un cellulare, gira una cazzata, la monta, la posta online, riesce a fare migliaia di visualizzazioni e pensa di essere un regista. Questa modalità ha creato un cratere professionale fatto di improvvisati che un set vero non lo hanno mai visto in vita loro e che spesso riescono ad insinuarsi nell’ambito professionale perché fanno un mercato a prezzi imbarazzanti. Fanno tutto da soli: girano, illuminano, montano… tutto da soli. Come se il cinema non fosse fatto di tantissime professionalità. Il problema è stato che molti produttori, soprattutto all’inizio, si sono anche fidati. Perché ovviamente… dove c’è il risparmio… Ma i risultati sono stati allucinanti. Per fortuna, direi. Col tempo si è capita la differenza tra chi il cinema lo fa e chi dice di farlo. Anche se continuo a vedere sedicenti registi che continuano a girare film da soli. Come se organizzassimo una partita di calcio, tu portassi la tua squadra al completo e io venissi da solo.
“Faccio tutto io!” In tutto questo disordine i mestieri del cinema ci hanno (e ci stanno ancora) solo perdendo.
Il cinema è arte sì, ma prima di tutto un mestiere, che si impara sul campo, con tempo, fatica e sudore.
La politica del “tutto subito” tanto cara alle nuove generazioni, sta creando e ha creato tanti piccoli mostriciattoli in grado di confezionarsi un filmetto di merda senza avere la più pallida idea di cosa faccia un macchinista o un elettricista.

Tornando all’inizio di questa conversazione, ci vuole più coraggio o più incoscienza per intraprendere questa professione (ti chiedo di citare nella risposta anche il concetto di competenza, e background culturale)

Il cinema e l’arte in genere è quel campo in cui se non parti con un vantaggio, ossia una famiglia benestante che può sostenerti è meglio che lasci stare. O così dicono tutti.
In questo senso, credo che la parola giusta sia “incoscienza” ma sana. Se capisci di voler fare questo lavoro in età giovane sei fortunato perché sei pieno di “sana incoscienza”. Se invece vuoi immolarti da più grandicello… allora ci vuole coraggio. Perché i momenti bui sono tanti e le bollette e gli affitti non si pagano con delle splendide idee.
Concludendo, credo che un mix di incoscienza e di coraggio siano la formula giusta per tentare questa strada. I sogni vanno coltivati e bisogna essere disposti a fare tanta tanta fatica. Bisogna fregarsene di chi parte in vantaggio e di chi ha i giri giusti in partenza. La determinazione e le idee fanno ancora la differenza.
Almeno credo.

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