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KABUL, LA STORIA CHE NON INSEGNA

Torna in Afghanistan lo spettro dei diritti umani traditi dalle logiche del potere incontrollato dell’assuefazione collettiva

Photo By Jan Chipchase 

di Paolo Marra

Stiamo tornando indietro o abbiamo creduto di andare avanti? Partiamo da una data, 13 agosto del 1961 giorno della costruzione della “cosa odiosa”, il Muro di Berlino: 155 metri di cemento, posti di blocco, mitragliatrici, filo spinato, torrette di avvistamento per segnare la frontiera da non varcare da Berlino Est verso Ovest per trovare la libertà dalla repressione, rispetto dell’individuo e una esistenza economicamente dignitosa lontano dal blocco comunista. Una costruzione artificiale tra due “modi di vita alternativi” in conflitto perpetuo tra di loro con una tale forza simbolica da resistere alla propria caduta assurgendo nelle coscienze individuali al significato recondito di incomunicabilità, incomprensione, chiusura irragionevole ad ogni diversità e deterioramento dei rapporti umani.

Ma succede che il passato assurdamente ritorni e, mentre la ricorrenza dell’inizio della vergogna nel cuore dell’Europa diventa antidoto morale per non ripetere gli errori fatti, a migliaia di chilometri di distanza dalla Porta di Brandeburgo un’altra vergogna lascia attonita l’opinione pubblica mondiale: dopo vent’anni di miliardi di dollari di spese militari e logistiche, migliaia di morti tra i civili e soldati americani e della coalizione Nato, lasciati sul campo il nome della crociata per la libertà duratura, i barbuti talebani rientrano a Kabul da vincitori senza trovare resistenza alla loro repentina avanzata.

La storia sembra aver fatto un’inversione a U verso la negazione del diritto imprescindibile all’istruzione e al lavoro per le donne, la proibizione di ogni forma di svago, l’abominio per ogni ‘cultura altra” in un assedio permanente di terrore e violenza religiosamente giustificata.
Abbiamo la strana sensazione di esserci svegliati dal torpore dell’indifferenza verso una vicenda la cui la tragica parabola non poteva avere un esito diverso da quello che è sotto i nostri occhi.

E se la ricostituzione dell’Emirato Islamico di Afghanistan segna l’epilogo in ritirata del progetto degli Stati Uniti per un dominio planetario attuato con la presunta esportazione di un ordine democratico in favore del rafforzarsi delle posizioni strategiche nell’aria asiatica di Cina e Russia- non certo immuni dalla violazione dei diritti umani – con esiti globali imprevedibili nei prossimi anni, l’Europa si ritrova divisa sul piano di gestione dell’esodo di massa del popolo afghano, in fuga dalle speranze disilluse per una ricostruzione civile e democratica del proprio paese.

Si Torna a parlare di chiusure dei confini ed eserciti schierati alle frontiere nell’Europa beffata dalla fallimentare politica estera americana vittima essa stessa della abitudine cronica di mettere in atto guerre per la pace balcanizzando aree geografiche del mondo poggiate su fragili dinamiche tribali, religiose e sociali per lasciarle nel caos, terreno fertile della dispotica salita al governo di brutali regimi. Lo spettro del muro aleggia sulle nostre coscienze assuefatte al dolore e soprusi al di là del nostro piccolo spazio di mondo da proteggere per mantenere a tutti i costi in piedi la fallace unità europea.

Guardando la massa di uomini, donne e bambini accalcata all’aeroporto di Kabul per trovare un posto per pochi fortunati per il viaggio lontano dall’abisso del regime talebano a cui gli interlocutori internazionali stanno tendendo la mano per accordi basati sulla resa dell’Occidente la sensazione è di aver fallito nei modi e nella forma, di essere rimasti al punto di partenza senza sapere dove andare, spettatori incapaci di evitare un’altra tragedia contemporanea.

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