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IL ROCK E L’ARTE DI CITARE SE STESSO

Dai Greta Van Fleet agli Oasis, la storia celebra i suoi epigoni

di Fabrizio Ragonese

Idea. Che bella parola. Il concetto di idea racchiude una forza esplosiva che ha pochi termini di paragone. Le idee sono la forza motrice che fa andare avanti il mondo. Ci sono state idee che sono finite sui libri di storia, nel bene e nel male. Se si prende in considerazione qualsiasi ramo dello scibile, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta: il mondo è pieno di nuove idee che spuntano come funghi, in una corsa frenetica all’innovazione e all’autoperfezionamento. Se si sposta il discorso sulla musica, la faccenda si fa atrocemente complicata, perché la domanda che mi frulla per la testa da diversi anni a questa parte è: esistono ancora idee nuove nella musica? Beh, sì e no. Molto dipende dal 9 che diamo alla parola “idea” in questo contesto. Se per “idea” intendiamo la creazione di nuovi generi, nuove sonorità, nuove atmosfere, beh, credo che ormai sia rimasto ben poco; oggettivamente, tutto quello che si poteva esplorare è stato esplorato, e le combinazioni tra le note sono ormai esaurite, quindi man mano che andremo avanti capiterà sempre più spesso di associare qualche sonorità, qualche stile o anche solo qualche motivetto a qualcosa che abbiamo già sentito. È fisiologico, come le maree. Se invece per “idea” intendiamo la rivisitazione in chiave moderna di generi e sonorità portati in auge da giganti del passato, allora forse c’è ancora qualche speranza. Ciò nonostante, quest’ultima opzione è anche quella che scatena il maggior numero di polemiche e dissensi. Vi faccio un esempio pratico per illustrare il punto: i Greta Van Fleet. Questi ragazzoni americani si sono messi subito in luce grazie a un rock grezzo, essenziale, senza fronzoli, anche un po’ “sporco” se vogliamo. Per come la vedo io, avrebbero tutte le carte in regola per ritagliarsi uno spazio importante nel panorama moderno. Eppure c’è un peccato originale che le folte schiere di detrattori non gli hanno mai perdonato: fin dalla loro nascita, si sono sempre trascinati dietro la pesante etichetta di “brutta copia dei Led Zeppelin”. I più paternalistici addolciscono il termine “copiare” con “ispirarsi”, ma la sostanza non cambia molto. Personalmente, ho sempre pensato che le cose vadano chiamate col loro nome: questi non si “ispirano”, questi copiano. In tutto e per tutto. Stile, arrangiamenti, modo di cantare, perfino le movenze: tutto. Impossibile negarlo. Chiarito questo punto, la domanda è: e allora? Vorreste farmi credere che siano i primi, o che saranno gli ultimi? Per fare un esempio eccellente, qualcuno oserebbe negare che gli Oasis copiavano i Beatles nello stesso spudorato modo? Anche loro copiavano praticamente tutto, e il bello è che non ne hanno mai fatto mistero, anzi… Ricordo che all’inizio, da Beatlesiano DOC quale sono, li odiavo a morte per questo, gli ho lanciato i peggiori anatemi, perché per me i Fab Four sono intoccabili, e loro per me erano un complessino qualunque che aveva avuto successo solo perché aveva copiato il gruppo giusto, e l’aveva fatto bene. Fatto sta che col tempo, a forza di sentirne parlare bene, ho fatto un respiro profondo e ho iniziato ad ascoltarli, stavolta come Oasis e nulla più, e non come “quelli che copiano i Beatles”. E sapete cosa? Ho scoperto che erano bravi. All’inizio l’ho dovuto ammettere a denti stretti, poi ho imparato a dirlo con sempre più naturalezza. Sì, copiano i Beatles in una maniera spudorata, ma sono bravi.

Oasis, per molti la continuità storica dei Beatles

Specialmente tenendo conto del contesto in cui sono inseriti, cioè gli anni ‘90, in pieno delirio dance/techno, loro perlomeno hanno avuto la forza di non cedere al pop melenso, ai facili successi da hit radiofonica e agli insulsi tormentoni estivi. E questo, per me, è un valore aggiunto. Per i Greta Van Fleet vale lo stesso identico discorso; il panorama musicale odierno è qualcosa di pietoso: reggaeton, trap, tormentoni estivi talmente copincollati che ormai penso si passino tra di loro il giro di accordi che fanno, tanto è sempre lo stesso (non ci credete? Provate a sentire in sequenza i ritornelli di Danza Kuduro, Ostia Lido e Duele el Corazòn e poi ne parliamo). Per non parlare dei personaggi che interpretano questi pseudogeneri: tamarri che si atteggiano a boss di quartiere e capiscono di musica quanto un toporagno, adolescenti truzzi che sanno solo parlare dentro a un microfono, e pure per fare quello hanno bisogno dell’autotuning perché sennò stonerebbero. Giudicate voi. Ecco, in mezzo a tutto questo, appare dal nulla un complesso vero, fatto di gente che sa suonare, che sa cantare e che scrive anche belle canzoni. Copiano i Led Zeppelin?

E allora che facciamo, li buttiamo nel cesso? Per come la vedo io, qualunque cosa serva a contrastare il fiume di melma da cui siamo costantemente investiti è benaccetta, è manna dal cielo. Ben vengano i Greta Van Fleet e tutti quelli come loro che hanno la forza di non piegarsi alle logiche commerciali, a quelli che hanno la volontà e il coraggio di portare una ventata di freschezza fatta di musica vera, non preconfezionata e plastificata dalle case discografiche. Qualcuno dirà: “C’è davvero bisogno di rifare rock anni ‘70 per essere considerati bravi ed originali al giorno d’oggi? Cercare per forza di assomigliare al passato non è già di per sé mancanza di originalità?” È vero, forse non è necessario, forse si può fare anche altro. Ma se per fare altro si finisce per fare quello che si sente per le radio di oggi, allora meglio questo.

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