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GRAZIA DI MICHELE, RITRATTO DI DONNA

La cantautrice si racconta alla vigilia di un doppio debutto Romano.

di Davide Iannuzzi


E’ impossibile parlare di Grazia Di Michele, e con Grazia Di Michele della sua musica, dei suoi testi e del suo personale mondo cantautorale senza contemplare la trasversalità di tutte quelle discipline umanistiche, di etica e spirito quanto di impegno sociale in cui la donna, prima ancora che l’artista, da sempre ci accompagna come esperienza di analisi e autoanalisi. Non a caso il suo percorso formativo si radica nella giurisprudenza e nella musicoterapia e si evolve nella didattica musicale in veste di docente. Tutto questo è base o sapiente deriva, fate voi, di una produzione che vanta ben quindici album accomunati da pochi e basilari cliché: una voce, una chitarra e un fil rouge che lega i suoi testi all’inconfondibile e minimalista essenza armonica e melodica, in una sintesi di sublime eleganza e tagliente incisività. La sua rara capacità di trasformare una denuncia in preghiera, in richiamo collettivo delle coscienze per imparare ad osservare un mondo sfuggente come attraverso il perimetro di un fotogramma di un film d’Autore o di una tela dipinta da Die Brücke. Il ritorno discografico di Grazia Di Michele con Sante bambole puttane affiancato in narrativa dalla pubblicazione del suo primo romanzo intitolato “Apollonia” esprime con grande intensità il disagio individuale di donna una società sessocentrica che diviene metafora di un malessere collettivo, investigabile solo attraverso la comprensione dei sentimenti. Mediafrequenza ha voluto conoscere più da vicino la ‘complessa semplicità’ di una protagonista del nostro tempo che da sempre fa della sua musica uno strumento di dialogo oltre il vezzo dialettico. Sante bambole puttane sarà presentato domenica 22 settembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma in tandem con Maria Rosaria Omaggio. Ma questa sera e domani sera, sempre a Roma al Teatro Golden Grazia Di Michele sarà impegnata come Direttore Artistico di una iniziativa cantautorale che si chiama “Italia Capo Verde”, kermesse di artisti delle due rappresentanze territoriali che si propone di raccogliere fondi per aiutare le popolazioni del Mozambico colpite dall’uragano Idai. Un’idea concepita e promossa da Maria Silva e Alberto Zeppieri (direttore artistico Unicef Italia e produttore della collana discografica “Capo Verde, terra d’amore”).

MF Ritorno in duplice modalità editoriale, disco e romanzo, ma stesso filone concettuale. “Sante bambole puttane” e “Apollonia”, due creazioni che sembrano l’una l’estensione dell’altra; puoi raccontarci questa alchemica esegesi?

In realtà scrivo da sempre, e non solo canzoni. Ho la casa piena di appunti e centinaia di file nel computer. Poi un’idea, un’intuizione prende una forma. A volte sono racconti, altre volte sono solo dei versi, quasi dei mantra. Nel caso di Apollonia, che delle dieci “Sante bambole Puttane” è quella che mi somiglia di più, sentivo che c’era la necessità di un racconto lungo e il romanzo mi è sembrata la forma migliore, e in qualche modo indirizzato, visto che avevo da poco terminato un corso di scrittura con Rossana Campo.

MF Dal suo punto di osservazione artistico/narrativo cosa è possibile osservare nelle donne da lei descritte che agli occhi della ‘cronaca’ invece sfugge?

La cronaca per sua natura non investiga i sentimenti: quando descrive un personaggio parla della sua personalità, della sua cultura, del suo lavoro, del contesto sociale in cui vive. Il compito dell’arte, invece, secondo me, è andare a scovare quel punto di luce nascosto in fondo al cuore, e che accomuna tutti gli esseri umani. Svelare quella luce è scoprire l’essere umano nella sua verità e consentire l’immedesimazione anche con la nomade del popolo dei Nenet o con la bambina che sale su un barcone.

MF Quale ritiene che sia la più insana espressione del moderno sessocentrismo maschile?

Non c’è una sola espressione: in realtà c’è una continua mortificazione della donna. Nel lavoro, nella libera espressione della propria personalità, nella vita artistica e persino nella ricerca spirituale. Sono stati fatti molti passi avanti, non posso negarlo, ma non in tutti i Paesi e comunque mai in maniera sufficiente. Mi sento di parafrasare don Tonino Bello dicendo che finché c’è una donna umiliata tutto il genere umano non può ritenersi libero.

MF Alcuni testi delle canzoni del nuovo album esprimono le distorsioni di un immaginario erotico maschile capace di provocare pesanti ricadute sulla dignità della donna. Gli effetti sono ben noti ma dove pensa che andrebbero ricercate le cause?

Ma io credo che così come l’immagine della donna sia prodotto di uno stereotipo, lo sia anche quella dell’uomo, che a volte suo malgrado si ritrova in un cliché a cui deve conformarsi, a rischio di essere emarginato. Anche quest’Iperuranio erotico, in cui esiste il “cacciatore” o “predatore” è una costruzione ancestrale che si è nutrita dell’alibi biologico. Ma attenzione, perché questo conformismo ha creato traumi e lacerazioni anche nel sesso maschile. Ho amici fantastici che sono liberi da molti cliché e vivono anche la loro sessualità in maniera più naturale e rispettosa di sé e degli altri.

MF Quale è la discriminante che sgancia la musica dal semplice esercizio di stile, per innescare lo scuotimento collettivo delle coscienze?

Credo che si debba partire sempre da una variabile poco conosciuta, ma sulla quale io insisto molto con i miei allievi: l’intenzione. Se vuoi fare un disco per fare soldi, per diventare popolare o importi come guru, stai tranquillo che passerà quell’intenzione anche se parli di ambiente o di anima. Viceversa, anche una canzone d’amore, se scritta o interpretata con un’urgenza espressiva sincera, può arrivare a smuovere una coscienza. Parlo di una coscienza perché lo scuotimento collettivo è un evento raro, ma non impossibile. Penso a “Povera patria” di Franco Battiato, ad esempio. È stata scritta negli anni di tangentopoli e ha interpretato davvero il sentimento di tanti. Ma pur essendo un’invettiva contro il potere (e Franco ci prova, anche con un linguaggio duro “nel fango affonda lo stivale dei maiali”, “Quanti perfetti e inutili buffoni”, etc…) diventa un inno dolente e dolce, perché evidentemente il cuore e lo spirito di Franco Battiato erano aperti su questi canali. È impossibile non immedesimarsi già sentendo i primi accordi, e sintonizzarsi su quella che è una “lamentazione”. Bellissima.

MF Un elemento comune delle dieci donne raccontate nel disco è il loro rapporto con temi della spiritualità, tra preghiere disattese e la figura di un Dio tratteggiato dalle contraddizioni della fede strutturata o imposta. E’ il caso di “Amina” che cita un “..dio distratto che prima apre l’inferno e poi dice andate in pace”, e ancora a Dio di “Sonia” che restano senza risposta. Che ruolo occupano religione e spiritualità laica nel suo personale metodo di indagine interiore?

Dio nessuno l’ha mai visto, dice il Vangelo di Giovanni. E in questo consiste la Fede. Se Amina e Sonia invocano un Dio assente e Habi si uccide per una mal interpretata “volontà di Dio”, c’è Helen, la suora laica del film “Dead man walking” che è l’angelo che accompagna il condannato tra le sue braccia. Ecco, io il Dio lo vedo in continuazione, come Apollonia, e non corrisponde a quello imposto dai vari catechismi, ma è puro amore. Come le ali spiegate di Helen o l’attesa paziente di Lora.

MF Possiamo dire, citando il testo della canzone “Irina” che solidarietà e accoglienza abbiano un nemico comune, l’Occidente?

In Irina “Occidente” è una parola poetica che sintetizza il liberismo sfrenato, il capitalismo senza scrupoli e la disumanità che ne è derivata. Così inteso, sì, è l’opposto della solidarietà, che diventa essa stessa merce di business. Purtroppo capita di vedere politici che si fronteggiano, ad esempio sul tema dei migranti, tra chi li tratta con disprezzo e odio e chi li “accoglie”, ma per sottometterli a un sistema di mercato che per loro è schiavizzante, col placet degli intellettuali. Quest’occidente, che Irina ha capito molto bene, ha fallito e purtroppo non riesce ad analizzare criticamente le cause del suo fallimento.

MF Quale è il limite che separa l’etica dell’uguaglianza e della non violenza dal populismo e dalla retorica?

Essere umani, o “restare umani”, come diceva Vittorio Arrigoni, non è mai un’operazione retorica o populista. Ma così come per “l’intenzione” nella musica, deve essere sorretta da una coscienza pura. Bisogna lavorare tanto sulla coscienza, studiare, viaggiare, confrontarsi… non “fare” i buoni, ma “essere” buoni.

MF Una caratteristica comune dei suoi testi risiede nella capacità che possiedono di evocare immagini, microstorie come frammenti di sceneggiature o pennellate su tela, per citare le ragazze di Gauguin. Quale è la sua personale scintilla che accende l’ispirazione?

In Sante Bambole Puttane le storie sono quasi tutte vere, anche se ho cambiato i nomi delle protagoniste: Habi è davvero una kamikaze che si è fatta esplodere in un centro commerciale in Palestina, Raya è una nomade vera, Sonia è una mia conoscente. Helen mi è stata ispirata dal film che citavo prima, Irina l’ho vista in metropolitana. Non mi sono inventata niente, ho solo osservato le loro storie, come sempre, magari andando in là con l’immaginazione. Questo disco poi l’ho scritto quasi completamente con mia sorella Joanna, con cui abbiamo un grande feeling, ci raccontiamo storie, ci scambiamo versi. E da lì partono viaggi interiori.

MF La sua carriera è stata segnata da innumerevoli incursioni trasversali alla produzione discografica ma soprattutto da quindici album costruiti con grande personalità autorale. Ce n’è uno fra questi a cui è particolarmente legata?

Direi tutti. In questo periodo mi tornano in mente alcune canzoni sparse in album, come “Mandragole” che è in “Rudji” e “Confini”, che è nell’album omonimo. Forse perché mi risuona, come allora, il sentimento verso il pianeta che sta soffrendo. Per questo, forse, sono molto affezionata a “Raya”, la nomade che ha una vita perfetta in armonia con la natura, e che viene sedotta dalla modernità, che però nasconde la devastazione del suo paradiso.

MF Un ricordo a lei caro degli albori al Folkstudio.

La timidezza e la sfrontatezza di alcuni personaggi, la sincerità, l’estro creativo che abbondava tra tutti quelli che frequentavo

MF Cosa pensa della distribuzione musicale attraverso le piattaforme web?

Sono stata lontana dalle piattaforme web per scelta fino a pochi anni fa. Poi, mio malgrado, ho dovuto cedere. Vorrei che si percepisse che la musica ha un valore. È fatta di un’idea creativa che diventa forma nelle mani di tanti bravi artigiani che devono essere retribuiti. Il web appiattisce tutto. Il passaggio di un brano bello, su cui hanno lavorato tanti professionisti, per cui hanno suonato musicisti strepitosi ha lo stesso valore di un brano senza originalità, improvvisato con una tastiera elettronica e eseguito senza professionalità: 0,0001 centesimo. Una finta democrazia che livella tutto.

MF Questa sera Roma ospiterà un evento musicale a sostegno delle popolazioni colpite dall’uragano Indai di cui lei sarà Direttore Artistico. Cantautori italiani si alterneranno ad artisti di Capo Verde. Insomma, un dialogo interculturale di questo tipo potrebbe essere il punto di partenza per un nuovo disco firmato Grazia Di Michele?

Ho già partecipato a due dischi “capoverdiani” con due canzoni di Cesaria Evora e Teophilo Chantre. Una di queste “Quest’amore”, è addirittura una delle mie canzoni più ascoltate su Spotify! È una musica affascinate, perché pura, semplice e viva. Ma ora sto scrivendo con Rossana Casale e Mariella Nava, con le quali partiremo col tour a ridosso di Natale e a marzo ho la direzione di un altro festival, questa volta di cantautori italiani. E poi lezioni in giro per l’Italia, la mia scuola a L’Aquila. Insomma, non sarà facile trovare il tempo.

Un ringraziamento speciale a Elisabetta Castiglioni

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