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40 VOLTE BLADE RUNNER

Nell’anno del suo quarantesimo anniversario il capolavoro di Ridley Scott ancora sa accarezzare l’attualità più cruda

di Fabrizio Ragonese

Predire il futuro è sempre stato uno dei sogni ancestrali dell’umanità, e paradossalmente una delle attività più infruttuose di sempre, con la quasi totalità dei tentativi miseramente falliti, e questo in maniera direttamente proporzionale alla portata della previsione: più era specifica, minore era l’accuratezza. Basti pensare che, solo per fare un esempio, ci fu chi nel lontano 1995 predisse la scomparsa di Internet entro l’anno successivo…. Ma la legge dei grandi numeri fa sì che, ogni tot previsioni sbagliate, ne venga fuori una azzeccata. Tremendamente azzeccata. A volte arriva tramite una dichiarazione, un libro, un antico manoscritto, e a volte….. tramite un film.

40 anni fa, infatti, usciva Blade Runner, capolavoro di Ridley Scott che ancora oggi emoziona e alimenta una schiera nutritissima di fans; non solo per le superbe interpretazioni dei personaggi, per le atmosfere post-futuristiche tanto conturbanti quanto attuali e per la maestosa colonna sonora firmata da Vangelis (mai scelta fu più felice): no, il motivo del suo successo planetario che ancora riecheggia sta anche e soprattutto nel messaggio, nel significato profetico racchiuso nel film. Di questo parlerò dopo. Prima direi che vale la pena spendere qualche parola sulla genesi del film stesso e sulla sua struttura.

Il film è liberamente ispirato al romanzo del 1968 Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick, anche se le due storie presentano notevoli differenze. La prima bozza venne scritta dall’attore Hampton Fancher, ma risultò sgradita a Dick, che la giudicava troppo diversa dal suo romanzo. Fancher propose allora il suo lavoro al produttore Michael Deeley che invece trovò la proposta interessante e girò la bozza a Ridley Scott per un possibile adattamento cinematografico. Quest’ultimo, dopo qualche tentennamento iniziale, accettò, ma stravolse completamente l’idea iniziale di Fancher, dandogli l’impronta noir-futuristica che avrebbe contraddistinto l’intero film. Stavolta l’idea fu accolta con entusiasmo da Dick, il quale però, paradossalmente, non riuscì mai a vedere la versione definitiva del film, venendo a mancare poco prima della sua uscita.

Anche per gli attori ci fu il solito valzer di nomi prima di arrivare alla scelta finale, soprattutto per quanto riguarda la scelta del protagonista, Rick Deckard, per il quale inizialmente si ipotizzarono nomi come Gene Hackman, Sean Connery e Jack Nicholson, ma ad ottenere la parte fu infine Harrison Ford, il quale voleva un ruolo più drammatico rispetto ai personaggi interpretati fino ad allora e mostrò subito grande interesse per il progetto che alla fine, manco a dirlo, si rivelò perfetto per lui. Completarono il cast l’attrice Sean Young nei panni di Rachel, Edward James Olmos in quelli di Gaff, Joanna Cassidy che interpreta l’androide Zhora e Daryl Hannah per la parte dell’androide Pris. Joe Turkel, infine, compare nel ruolo del dottor Eldon Tyrell, tutti azzeccatissimi.

E adesso, il film.

La principale differenza tra film e romanzo sta nella diversa caratterizzazione di umani e androidi. Mentre nel romanzo, infatti, i replicanti sono androidi non solo fisicamente ma anche emotivamente, nel senso che sono totalmente sprovvisti di qualsiasi emotività, macchine nel vero senso della parola, nel film sono esseri dotati di forti sentimenti (in particolare Rachael, nella magistrale interpretazione di Sean Young), seppure acerbi, a tratti infantili, ma pur sempre sentimenti, particolarmente evidenti quando manifestano tutta la loro frustrazione per il triste destino già scritto per loro e il loro disperato desiderio di vivere, pur con la consapevolezza che quella non è vita, come francamente ammesso da Gaff nel finale. Quelli che invece mostrano tutta la freddezza calcolatrice tipica delle macchine sono paradossalmente proprio gli umani, che vedono i replicanti come un problema da risolvere, che non solidarizzano minimamente con le loro paure, e che in generale non mostrano alcuna traccia di umanità che invece dovrebbe appartenergli.

La parte più controversa è senz’altro il finale, che cambia a seconda della versione (ne usciranno ben sette diverse): la versione originale venne accolta negativamente dal pubblico, il che portò ad effettuare delle prime modifiche, che diede vita alla cosiddetta Domestic Cut, concepita per il mercato americano e che conteneva delle importanti aggiunte, tra cui la voce fuori campo e un lieto fine con la fuga d’amore di Rachael e Deckard; la versione lanciata per il mercato europeo, chiamata International Cut, conteneva alcune scene tagliate dalla versione americana. La Director’s Cut, molto più vicina al film concepito originalmente da Ridley Scott e supervisionata da Michael Arick, non presenta la voce fuori campo di Deckard e nemmeno il lieto fine inserito nelle versioni precedenti. Sempre assenti, invece, le scene violente presenti nella International Cut. Questa versione contiene, inoltre, un momento cruciale: il sogno di Deckard. In questa versione, infatti, Deckard sogna un unicorno che galoppa in un bosco, e nel finale del film, lo stesso Deckard trova nel suo appartamento un origami proprio a forma di unicorno, lasciato lì da Gaff per indicare che è già stato in quel posto e sta dando la caccia a Rachael, il che suggerisce che l’agente sia a conoscenza della sua fuga d’amore con lei e soprattutto che quel sogno non sia altro che un innesto artificiale, proprio come i ricordi di Rachael, e che quindi anche Deckard sia in realtà un replicante. Lo stesso Scott ha successivamente confermato di voler dare proprio quest’impressione, in netto contrasto con la volontà di Ford, il quale invece ha sempre rigettato quest’eventualità (si dice che sia addirittura venuto alle mani con il regista per questo), sentendo che il pubblico avesse bisogno di un personaggio per il quale parteggiare.

Insomma, la cosa viene suggerita, ma non specificamente affermata. Apriti cielo: da allora, 25 anni di dibattiti infuocati e ininterrotti tra i fan su una sola ed unica domanda: Deckard è un replicante o no? La risposta definitiva sembra averla data il sequel, molto ben riuscito nonostante i tanti anni di distanza, che mostra un Harrison Ford nella parte di un ex poliziotto stanco, amareggiato, e invecchiato, cosa che esclude definitivamente la possibilità che Deckard fosse un replicante, visto che i replicanti non invecchiano, avendo solo 4 anni di vita.

Dicevo prima che il segreto del successo del film sta nel suo significato profetico, in netto anticipo sui tempi. I replicanti, che in teoria dovrebbero essere androidi che non sanno nemmeno cosa siano i sentimenti, sono in realtà “più umani degli umani”, per dirla con le parole di Tyrell, perché mostrano una discreta gamma di sentimenti, seppur acerbi e immaturi, che invece mancano a chi dovrebbe averli per natura, cioè gli umani stessi. Persino il brutale Roy Batty, dopo aver pestato Deckard, gli salva comunque la vita, mostrando un inaspettato lato umano. E allora ecco che il primo quesito sorge spontaneo: cosa significa davvero essere umani? Chi è realmente umano e chi no? È possibile che il genere umano, in un mondo ipertecnologico, stia in qualche modo perdendo la sua umanità? Sembra una domanda fatta da un talk show di oggi, e invece è una domanda vecchia di 40 anni.

È la stessa domanda che si pongono i sociologi di adesso vedendo le orde di millennials completamente spersonalizzati dagli smartphone, vedendo le relazioni raffreddate dalla digitalizzazione, eppure c’era già chi se lo domandava allora. Il secondo quesito è ancora più attuale del primo, perché chiama in causa l’intelligenza artificiale, nozione fantascientifica nel mondo del 1982, e che invece oggi è entrata prepotentemente nelle nostre vite. Fino a che punto può arrivare l’intelligenza artificiale? È possibile che un giorno le macchine siano così sofisticate da essere indistinguibili dagli esseri umani? Potrebbero arrivare a prendere il sopravvento sull’uomo? Tutti questi scottanti interrogativi etici, che allora erano del tutto ipotetici, sono gli stessi con cui ormai facciamo i conti tutti i giorni. Incredibile. Con Blade Runner Ridley Scott ha veramente visto il futuro, così come l’ha visto l’indimenticabile Rutger Hauer nel suo monologo finale (in gran parte improvvisato, giusto per capire la caratura del personaggio): “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…”. Come dargli torto?

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