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L’ARCHIVIO DEL JAZZ A ROMA, PASSATO, PRESENTE E FUTURO IN UN PERCORSO OLTRE IL TEMPO

Nato già da alcuni mesi quasi per germinazione spontanea dall’incontro di opposte espressioni accademiche del jazz è già una realtà esclusiva in forte ascesa. Dall’incontro con il suo curatore Paolo Marra ecco alcuni particolari di una idea originale divenuta presto ambizioso progetto

di Davide Iannuzzi

“Perdere il passato significa perdere il futuro”, direbbe Wang Shu, primo architetto e accademico cinese ad aggiudicarsi il prestigioso Premio Pritzker. Niente di più consono e lapidario nell’esercizio di orientare il pensiero verso una delle forme più moderne e rivoluzionarie della musica del novecento, il jazz, con la sua inimitabile capacità di saper trasformare in sentiero obbligato ogni improbabile deriva e conferire spiritualità espressiva a ogni sua più ostinata contaminazione. La storia della musica afro americana è stata ampiamente raccontata, e siamo certi che troverà ancora inesplorati spunti di narrazione, in nuovi e suggestivi controluce dialettici. La narrazione che però è sempre mancata in forma esaustiva è quella del jazz marchiato a fuoco dal Made in Italy, quello che ha saputo trarre dai linguaggi radicati nelle terre bagnate dal Mediterraneo i cromosomi di una identità inviolabile e inconfondibile. Di qui l’esigenza di operare una vera e propria operazione di recupero storico, per confluire poi in un piano strategico di diffusione culturale con accesso pubblico facilitato. Non potevamo disattendere la nascita del primo Archivio del Jazz, che trova sede a Roma grazie al lavoro infaticabile, fatto di passione e competenza, svolto dal suo curatore Paolo Marra, in sinergia con uno degli atenei per musicisti più emblematici della Capitale, la scuola di musica Saint Luis, intorno alla quale orbitano illustri esponenti del mondo della critica. Abbiamo incontrato Paolo Marra per meglio definire ai nostri lettori i contorni di un progetto culturale che potremmo già considerare un viaggio nel tempo, al di la del tempo. Scoprendo un po’ per volta quanto il jazz, qui da noi quanto altrove, è di casa.

Sei il curatore dell’Archivio del jazz a Roma, una iniziativa che latitava nel nostro Paese da troppo tempo. Come sei arrivato a concepirla, e che tipo utenza ti aspetti che possa raggiungere?

L’archivio del jazz a Roma è un progetto nato dalla necessità di mettere in essere, con passione e competenza, un mezzo di divulgazione che potesse valorizzare la memoria storica del jazz italiano per comprenderne in maniera più ampia l’evoluzione, l’attuale condizione e in qualche maniera i futuri sviluppi. Non a caso nell’Archivio si possono trovare estratti di filmati, audio, immagini, materiale bibliografico ed iconografico nonché articoli di importanti testate nazionali ed estere, il tutto affiancato da schede informative ed editoriali. Un modo per spingere qualsiasi tipologia di utente, dallo studente all’appassionato, al neofita verso un apprendimento attivo e ad un ascolto consapevole anche di materiale meno frequentato, ma certo non di minore importanza.

Hai collezionato un’infinità di interviste con molti dei più grandi jazzisti italiani e d’oltre oceano, che futuro pensi possa avere questo tipo di approccio conoscitivo con la materia jazz, oggi che i musicisti promuovono sé stessi attraverso i social?

Spesso manca l’approfondimento, la conoscenza del dettaglio che i social, per la loro natura intrinseca di vettori di informazioni frastagliate e spesso cangianti, dettata più dall’opinione che dal fatto, non possono restituire nella loro complessità. Oggi la promozione attraverso i social è indispensabile per gli artisti, in particolare modo per quelli giovani che necessitano di visibilità, in particolare nell’ambito di contesti meno frequentati dalle grandi major come il jazz. Ma si rischia, senza un’informazione verticale, pensata per andare in profondità, una sorta di omologazione del musicista sotto l’etichetta jazz, rock o pop senza che il lettore/ascoltatore riesca a capire le differenti personalità artistiche e umane dietro cui si cela l’unicità di una storia personale, umana e musicale. L’intervista si deve porre questo obiettivo, naturalmente corroborata dalla qualità della proposta artistica in questione.

Molti degli articoli a sfondo critico che leggiamo di frequente assumono toni pseudo promozionali; qual è il confine tra critica oggettiva e opinionismo puro?

Sono d’accordo, oggi rispetto agli anni settanta o ottanta si pubblica l’articolo per promuovere l’evento o ancora peggio spesso si scade in un certo gossip musicale che poco a che fare con l’opera dell’artista. Leggendo gli articoli che sono stati inseriti nell’Archivio ci si accorge di come in quegli anni si raccontava l’evento a posteriori con critiche anche feroci se queste avevano in qualche maniera disilluso le aspettative. Nel giornalismo odierno tutto ciò accade raramente e, quanto accade, è sempre tutto positivo. La critica musicale deve raccontare le cose per come sono per diventare un mezzo interpretativo per il pubblico, non solo musicale ma anche sociale. Se tutto va sempre bene non cresce ne’ l’artista ne’ l’ascoltatore assuefatto a un basso livello di produzione. Dall’altra parte la critica musicale non deve essere arroccata in un mondo accessibile a pochi ma aperta al confronto/scontro. In questo senso è meglio un’opinione espressa con competenza che un’oggettivazione a priori di una propria idea.

Torniamo all’Archivio del Jazz; il progetto ha preso forma quando uno dei maggiori istituti musicali della Capitale, il Saint Louis College of Music, ha deciso di investirci concretamente. Che tipo di sinergia avete creato insieme?

Una sinergia basata sull’obiettivo comune di rendere il progetto un valore aggiunto sotto il profilo culturale per la nostra città. Il Saint Louis è stato d’altronde uno dei primi jazz club di Roma aperto a pochi passi dal Colosseo dove sono passati i mostri sacri del Jazz e sono cresciuti artisticamente giovani jazzisti italiani. Inoltre è stata la prima scuola di musica della Capitale ad interessarsi in modo concreto allo studio del jazz. Sotto la direzione di Stefano Mastruzzi il Saint Louis è diventata una realtà didattica d’eccellenza tra le migliori in Europa con 1.800 studenti provenienti da diversi paesi. Insomma quale contesto migliore per un archivio che partendo da Roma vuole far conoscere il jazz italiano coinvolgendo in primo luogo i giovani musicisti.

Il direttore del Saint Louis College di Roma Stefano Mastruzzi

Da dove è iniziato il viaggio attraverso la ricerca iconografica e crossmediale nel vasto panorama del jazz italiano?

L’intero lavoro parte da una accurata ricerca di testimonianze e materiale donato volontariamente da autorevoli personalità del jazz italiano, musicisti, giornalisti, critici, didatti che hanno reso possibile negli anni la sua affermazione ed evoluzione.

A che punto della storia si trova in questo momento l’archivio?

Siamo solo all’inizio di un percorso che speriamo prosegua nei prossimi anni. Raccontare più di mezzo secolo di storia del jazz Italiano non è impresa facile, ci vuole costanza e una passione viscerale ma anche tanta testardaggine in particolare modo in un periodo come quello che stiamo vivendo ormai da diversi anni, accentuato dalla pandemia, nel quale le proposte culturali, in particolare riferite ad ambiti considerati marginali come il jazz, fanno fatica a sopravvivere nel tempo a causa di troppa disattenzione istituzionale e aiuti economici spesso insufficienti.

Il lavoro di costante ricerca immagino abbia fatto emergere aneddoti storici che varrebbe la pena conoscere; puoi raccontarne uno?

Ce ne sono molti: da Bill Evans che durante il concerto sul piccolo palco dell’umida saletta del Music Inn si alza per tornare in albergo perché non soddisfatto dell’accordatura del pianoforte a Charles Mingus che viene chiamato a comporre e registrare la colonna sonora del maledetto “Todo Modo” per poi scoprire alla prima del film che la sua musica era stata sostituita da quella composta da Ennio Morricone. Ma per i particolari dovete andare a cercare nell’Archivio (ride)…

Qual è l’aspetto più affascinante di questo viaggio?

È avere la conferma di trovarsi davanti a un vero e proprio miracolo culturale. Questo è stato ed è il jazz italiano. Per molti anni, fino alla fine degli anni settanta, il jazz italiano è vissuto in clandestinità lontano dai grandi palcoscenici e anche in seguito, nonostante sia uscito dall’anonimato delle cantine dei piccoli club alternativi, ha dovuto continuare a sgomitare per farsi ascoltare e avere attenzione mediatica e finanziaria in mezzo al marasma di musica pop e rock. Nonostante ciò il jazz italiano rimane ancora oggi una realtà vitale nel quale musicisti di ogni età hanno voglia di sperimentare, mettersi in gioco, dire qualcosa attraverso la loro musica senza barrire né pregiudizi.

Definire oggi il jazz la musica afro americana è limitativo, vista la molteplicità di derive stilistiche che lo stesso genere ha sviluppato negli ultimi anni?

Di questo sono convinto in virtù del fatto che svariati jazzisti italiani nel corso degli anni con fatica, caparbietà ed impegno si sono costruiti un proprio linguaggio, una propria identità strettamente legata alle tradizioni e realtà regionali e urbane sparse nella nostra Penisola, emancipandosi dal jazz d’oltreoceano in particolare di derivazione afroamericana a cui, sia chiaro, non ha niente da invidiare. È la capacità di comunicazione musicale diretta e originale, molto affine ad altre forme artistiche nostrane come la pittura, la cinematografia e la letteratura, il motivo alla base del riscontro di pubblico e critica tributato all’estero ai jazzisti italiani.

Qual è il punto di maggiore autenticità del jazz italiano che permette la tenuta del confronto con la tradizione afro americana?

La musica, per quanto a volte sembri, non è fatta di fredde schematizzazioni. Questo vale in particolare per il jazz nel quale la creazione avviene in tempo reale ed esprime ciò che l’artista pensa, sente ed è in quel dato momento. Lo stesso suono dello strumento cambia in base alla personalità di chi lo suona. Ecco l’autenticità del jazz italiano risiede nella diversa connotazione sociale, spirituale e psicologica dello strumentista e compositore italiano rispetto a quello afroamericano. Non possiamo dire quale sia meglio dell’altro, ma di certo è l’unicità a fare la differenza.

Tornando al Saint Louis, l’Archivio del Jazz a Roma sarà il punto di incontro tra la storia del jazz “made in Italy” e la nuova generazione emergente?

Cadiamo spesso nell’errore di connotare il passato col termine “vecchio” per scoprire che a cambiare sono stati solo i mezzi e non lo spirito insito nella continua evoluzione del pensiero musicale. Tale spinta c’era prima e c’è oggi, certo in un quadro sociale e politico differente ma di certo simile per incertezze e paure latenti. Ecco capire questo spinge a guardare al presente come una continuazione di un unico discorso artistico dal quale attingere spunti espressivi e umani per crescere e migliorare. Spero che l’Archivio possa assolvere a questa funzione di trait d’union tra passato e un presente proiettato nel futuro. Perché alla fine il Jazz è la massima espressione della complessità musicale intesa come Arte del tempo.

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