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IL CINEMA DEI LUOGHI SPERDUTI. OPPURE RITROVATI

Due chiacchiere con Alberto Gamba, cacciatore di location e “professionista” per passione

di Davide Conti

L’amore per il cinema può assumere forme e dimensioni diverse. C’è chi il cinema se lo gode, chi lo studia, chi lo analizza, chi lo critica. Poi ci sono quelli, come Alberto Gamba, che ne ricostruiscono con metodo scientifico i retroscena. Amano definirsi “cacciatori di location”, gente che va alla ricerca dei luoghi dove sono avvenute le riprese dei loro film preferiti. Quando si tratta di produzioni importanti, nella maggioranza dei casi, non è così difficile risalire all’ubicazione precisa di determinate location esterne. Il problema si pone invece quando abbiamo a che fare con produzioni artigianali, a basso costo, come gran parte del cinema western italiano degli anni 60-70, laddove molte scene venivano girate in aree sperdute del deserto dell’Almeria, in Spagna o in piccoli villaggi adiacenti. Da qualche anno numerosi appassionati si sono avventurati alla ricerca di queste località, dei luoghi dove erano allestiti i set di quelli che negli anni sono diventati dei veri e propri cult movies, arrivando perfino a scovare delle tracce di allestimenti rimaste lì per oltre 50 anni, a dar testimonianza di un periodo di feconda creatività del cinema italiano. Uno di questi “ricercatori” è Alberto Gamba, di Verona. Da anni trascorre parte del suo tempo libero (gestisce un negozio di armi a Verona) andando a caccia di luoghi dove sono stati girati gli esterni dei film di Sergio Leone. Ha una pagina Facebook (Sergio Leone Film Location) dove pubblica i risultati delle sue ricerche che è seguita da più di 4000 utenti da diverse parti del mondo e sembra destinata a crescere ancora. Abbiamo voluto scambiare due chiacchiere, da veri affezionati al genere western italiano.

DC: Mentre riguardavo i risultati delle tue ricerche pensavo a quanti come te sono appassionati “cacciatori di location”. Pensavo ad esempio al bellissimo documentario “ Salvate Sad Hill” di Guillermo de Oliveira ( disponibile su Netflix, n.d.r. ), che racconta il lavoro di ricostruzione del cimitero dove Sergio Leone ha ambientato le sequenze conclusive del film “ Il buono, il brutto, il cattivo ”.

AG: E’ vero. Ho anche collaborato alla realizzazione di questo documentario. Il mio nome compare nei titoli di coda. Sono stato uno dei primi a dar sostegno economico al progetto di ricostruzione del cimitero di Sad Hill. Questo mi ha permesso di conoscere i ragazzi che hanno avviato le ricerche ma anche lo stesso regista del documentario, Guillermo de Oliveira e personaggi come Eugenio Alabiso ( ha curato il montaggio di oltre 150 film, ha lavorato con Sergio Leone, Sergio Corbucci, Enzo Barboni e tanti altri, n.d.r. ) e Sergio Salvati ( direttore della fotografia in numerosi film di Lucio Fulci, n.d.r. ). Ho ottenuto anche la mia “tomba” a Sad Hill.

DC: Da quanto tempo svolgi questo tipo di ricerche?

AG: Dal 2008.

DC: Sebbene nella tua pagina FB il cinema di Sergio Leone sia un po ’ il centro del tuo lavoro, ho notato comunque che si estende anche numerose altre pellicole del genere western italiano. Come nasce questa tua passione per lo spaghetti western ?

AG: E’ cominciata da bambino, quando guardavo questi film con mio padre. Ho sempre ammirato mio padre, per me è stata una figura importante. E’ lui che mi ha insegnato ad amare questo genere cinematografico. Inizialmente guardavo film più leggeri, come quelli con Bud Spencer e Terence Hill. Crescendo ho imparato ad apprezzare anche altre pellicole del genere western italiano, mentre tuttora non amo molto il western USA, per intenderci, i film con John Wayne ad esempio. A casa ho più di 100 dvd di film western italiani e mi piace riguardarli, anche più volte.

DC: Quando e come nasce l’idea di andare a caccia di location?

AG: L’idea è nata per caso. Ero in vacanza a Malaga, nel 2008. Avevo 29 anni. Trovai per caso, in un bar, un volantino che pubblicizzava un villaggio western. Così ho noleggiato un’auto e sono andato a vedere con i miei occhi. Fino a quel momento non sapevo che gran parte delle scene fossero girate in Spagna, addirittura credevo che le ambientazioni fossero davvero negli USA. Quando ho visto quel villaggio mi si è aperto un mondo. Da quel momento ho iniziato a ricercare i posti dove erano stati girati quei film che amavo tanto.

DC: Col tempo hai acquisito una tecnica di ricerca molto interessante. Puoi spiegarci che metodo utilizzi?

AG: La parte più impegnativa e importante è quella che precede i viaggi. Stampo le foto delle scene che voglio ricercare e le archivio in cartelle suddivise per zone. Adesso sono anche facilitato grazie all’usi di immagini satellitari che riesco a trovare su internet. Una volta individuato il punto sull’immagine satellitare, allego alla foto e preparo un itinerario, un programma di percorsi ben preciso. Ad esempio, in questo momento ho già preparato l’itinerario di ricerca per il 2020. Stabilisco in anticipo quanto tempo dedicare ad ogni posto, così quando ​mi recherò sul luogo so già che, se non riuscirò ad individuarlo, procederò con la tappa successiva, senza perdere tempo, e rimando la ricerca all’anno successivo. Ad esempio, nella sequenza finale di “Giù la testa” ho notato una croce di Sant’Andrea. La scena quindi doveva essere stata girata nei pressi di un passaggio a livello. Poi, supponendo che per portare dei vagoni di treno e l’intera troupe in quel posto, la strada doveva essere abbastanza grande per permettere a camion di passare, insomma, sommando un po ’ di dettagli alla fine ho individuato il posto.

Inoltre mi sono sempre chiesto dove fossero finite quelle pietre allineate con dei piccoli archi che si vedono alla fine del film. Facendo delle ricerche le ho ritrovate: sono state convertite in scoli per l’acqua a bordo di quel campo.

A volte chiedo informazioni tecniche a ferrovieri o a persone esperte del settore elettrico, per sapere se negli anni ’60 in un certo luogo c’erano dei pali elettrici, come erano fatti e che differenze ci sono con pali più recenti. Ho scoperto, ad esempio, che questa scena di “C’era una volta il West”, in pochi secondi di film, si sviluppa su due differenti linee ferroviarie, a distanza di 8 km l’una dall’altra.

DC: Negli anni la morfologia del territorio può variare: cambiamenti geologici, urbanistici, nuovi edifici, nuove strade. Quale sistemi utilizzi per verificare e accertare l ’ esatta ubicazione delle location?

AG: Fortunatamente le montagne sullo sfondo sono invariate. A parte piante e alberi, il linea di massima il territorio non cambia di molto. Alcune rocce sono ancora nelle stesse posizioni di quando furono effettuate le riprese.

​Inoltre, come conferma, oltre alla posizione delle montagne, che verifico allineando le immagini sia in direzione longitudinale che perpendicolare, cerco reperti che confermino l’avvenuto allestimento del set.

DC: Reperti?

AG: Sì. Oggi non sarebbe permesso, ma a quel tempo la troupe lasciava tutti i rifiuti per terra, latte in ferro, bottiglie, tappi di bottiglie risalenti agli anni ’60.

DC: Come riesci a ricollegare questi oggetti con le riprese avvenute 50 anni fa?

AG: Ad esempio, in questo luogo è stata girata una scena con ribaltamento di vagoni e proprio qui ho trovato pezzi di treno e altri oggetti riconducibili alla scena. Se noti, per terra c’è un pezzo di una campana di fili elettrici, ed è nero. Nella scena, sul palo del telegrafo, ce n’erano quattro, due trasparenti e due neri.

DC: In effetti parliamo di aree in mezzo al deserto dell’Almeria dove la gente negli anni ’60 veniva solo per effettuare delle riprese cinematografiche. Quindi è verosimile che i resti trovati risalenti a quel periodo appartenessero alla troupe. Quindi raccogli e collezioni souvenir?

AG: A volte sì.

DC: Hai incontrato persone che avevano preso parte alle riprese?

AG: Ho conosciuto la moglie e la figlia di Carlo Simi, lo scenografo di Leone e Corbucci, Terence Hill, Claudia Cardinale, Ennio Morricone.

Ho incontrato anche Antonio Ruiz Escañ o , detto El Niñ o Leone, il bambino presente in alcuni film di Sergio Leone. Ora lavora nella polizia locale in un paese vicino Alicante.

DC: Ho notato che la tua pagina è seguita da utenti da diversi paesi. Secondo te, perché i nostri western hanno riscontrato un grande successo all’estero?

AG: Non so di preciso perché. Forse per via dello stile completamente diverso dai film western americani.

DC: Alberto, avrei un’ultima domanda: ce l’hai un western italiano preferito?

AG: Certo, “C’era una volta il West”.

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