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LA ROMA È IMMOBILE

Squadra e società al bromuro chinano ancora la testa alla voce grossa del più forte

di Davide Iannuzzi

Gli esami non si superano mai. Tutto muta, anche una frase lapidaria del grande Eduardo, di fronte all’implacabile reiterarsi di una storia ultradecennale segnata dal senso della sconfitta. No, non si escludono i secondi posti spacciati per trofei, ne le semifinali di Champions nel segno delle outsider, perché la storia stessa del calcio contempla il manifestarsi di guizzi insperati, talvolta frutto di una flebile programmazione che viene poi smentita da scelte miopi. La squadra di Fonseca cade ancora nell’ennesima prova d’esame, li dove è chiamata a dimostrare di essere davvero squadra. La sconfitta nel derby contro la Lazio affonda le sue radici nel modus operandi di un’azienda che ha scelto l’attuazione di politiche trasversali al pallone, per perdersi nei meandri dei bignami del marketing. I social, i follower, il progetto stadio, il Fienga che ammette di non sapere nulla di calcio, e poi la retorica degli infortuni, il Mazzoleni alla Var, l’amore misto ad acne di Zaniolo, l’insediamento di Pinto le plus valenze e l’immancabile sparizione di gennaio – che sembra essersi avviata – e altro ancora. Distrazioni mediatiche che soffocano la Roma filoamericana orfana di veri contenuti, quelli di una storia tutta da recuperare, ma senza sentire il bisogno di doverla studiare, narrata nei tweet di Pallotta quanto nei silenzi dei Friedkin.

Ma dove è finito il rettangolo di gioco, i pantaloncini sporchi di erba per un tackle rischioso ma essenziale? Dove sono finiti lo spirito testaccino e il senso di appartenenza alla maglia? Sono finiti esattamente dalla parte opposta del Tevere, quella di capitan Immobile che ringhia al timido e in modalità silenziata Dzeko, e così, con un colpo d’ali senza neanche posarsi a terra l’aquila spazza via l’innocua lupa, irrimediabilmente smarritasi in un’autentica crisi di identità. Manca l'”arrapamento per la vittoria”, quanto il dolore per la sconfitta. Il Derby della stracittadina non è una partita come le altre, e come tale non si prepara in assenza di un piano b, e perchè no, di un piano c. Onore al merito alla sponda biancoceleste, che al contrario di quanto abbia saputo fare il brand più forte si esalta nel senso di appartenenza territoriale sciorinando trofei e vittorie nei derby stessi.

La romanità si sposta nell’emisfero calcistico che scende in campo senza romani. E l’unico chiamato in causa a difendere sul campo l’orgoglio dell’appartenenza territoriale è Pellegrini, eterno atteso per le provate qualità tecniche, simbolo e beniamino promesso ai tifosi, balista dal tiro gentile e aggraziato, che peró non infierisce tirando nella porta avversaria, forse per eccesso di empatia, forse per paura di sbagliare. Dal canto suo è la società a legittimare questo atteggiamento di irriverente impotenza calcistica, frutto di una generale disfunzionalità inibitoria del testosterone agonistico, quello che poteva appartenere alla rometta di Anzalone, capace di un cuore che batteva, e di futuri sogni di gloria, improbabili ma non irriverenti. Quello di una “Rometta” che sapeva battere una Lazio scudettata perché capace di mostrare ferocia agonistica, quanto di sfidare le grandi a testa alta.

Questa Roma si dissolve, invece, nella ricerca dell’esecuzione perfetta di una partitura troppo difficile per essere eseguita dagli interpreti a cui è affidata, quanto nella ricerca di un’eleganza di manovra fuori contesto, degna, almeno nelle intenzioni, di un aggraziato balletto di prima serata. Non può essere questione di modulo o di preparazione. Non servono luminari dello sport per capire che il problema risiede nell’assenza di carattere e ancor di più nell’incapacità collettiva di sapersene accorgere. E allora, il risultato del campo è più facilmente ascrivibile a un errore di concetto, quanto a uno spinoso problema culturale. Mister Fonseca, le armonie del suo ondulato ciuffo si sposano meglio con i cliché estetici del jet set più connotabile con l’alta moda o con il Cinema.

A proposito di Cinema, illustrissimi Friedkin, siete proprio sicuri di aver fatto l’investimento migliore? Al passo stentorio e zoppicante della lupa, aggravato dal pesante debito societario, avreste potuto preferire quello della settima arte in cerca di mecenate, che proprio nella ‘capitale’ vanterebbe l’orgoglio di appartenenza dell’amata e ormai dismessa Hollywood sul Tevere. Eh già, rimettere in piedi Cinecittà e stringere in un ecumenico abbraccio cinematografico romanisti e laziali, come in un film su Totti e Guascogne, ma questa volta insieme. Anche quella di via Tuscolana 1055 è Roma e romanità. Lì, l’aplomb fonsechiano, nello stile e nell’eleganza avrebbero trovato una miglior ragion d’essere protagonisti a Roma, e i copioni avrebbero forse funzionato meglio dei moduli tattici.

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