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IL PINOCCHIO DI GARRONE, UNA NOVELLA NEOREALISTA

Mattatore del box office a Natale, le mosse vincenti del film evento che esplora l’animo umano

di Paolo Marra

Confrontarsi con il romanzo di Carlo Collodi, dopo il successo di pubblico e di critica del pluripremiato film ”Dogman”, non era per Matteo Garrone un’impresa facile. Ma il successo al botteghino conferma la capacità del regista romano di giocare con maestria con il senso empatico del pubblico di immedesimarsi nei personaggi reali o di fantasia delle sue pellicole. Benigni nei panni di Geppetto gioca il ruolo principale regalandoci un’interpretazione intensa e appassionata molto vicina a quella Chapliniana de “ La Vita è Bella”, assecondando la voglia del regista di focalizzare l’obiettivo sul rapporto padre-figlio. Le peripezie di Pinocchio alla ricerca del vecchio “babbo” diventano cosi metafora di un viaggio iniziatico per conoscere gli aspetti più reconditi dell’animo umano al fine di conoscere meglio sé stessi, crescere e diventare più “umani”. Matteo Garrone mette in scena una Novella Neorealista ambientata in un non-luogo rurale e grottesco dove si mischiano personaggi e dialetti diversi: pastori, pescatori, falegnami, severi insegnanti, nani e affabulatori circensi. Non a caso le riprese del film sono state girate in location sparse tra Toscana, Umbria, Puglia, Campania e Lazio .

Mariane Vatch è la Fata Turchina
Gigi Proietti nei panni di Mangiafuoco

Gli attori tutti azzeccati nei propri ruoli, nel quale spicca un Massimo Ceccherini perfetto nel ruolo della volpe nonché co-sceneggiatore della pellicola e un monumentale Gigi Proietti nei panni di un malinconico Mangiafuoco, sono lasciati alla libera improvvisazione. La camera da presa del regista incornicia immagini liberamente ispirate, come da lui dichiarato, al realismo dei macchiaioli nonché ai disegni di Enrico Mazzanti, illustratore della prima edizione de “Le avventure di Pinocchio: lo scorrere dell’obiettivo sulle maschere dormienti dei burattini chiusi nel carro di Mangiafuoco, il carro stracarico di euforici bambini ignari del loro tragico destino che li attende nel Paese dei Balocchi e il burattino penzolante da una corda legata alla “Quercia delle Streghe”.

Garrone non si prende licenze, non aggiunge, segue pedissequamente il testo facendo rivivere figure andate perdute: il tonno filosofo nella pancia del Pesce-cane, il Giudice Gorilla , la lumaca antropomorfa al servizio della fata prima bambina e poi donna eterea. Scandendo il tempo in forma episodica la pellicola ci restituisce, con l’utilizzo di ricercate tecniche visive, l’aspetto Gotico di una novella popolare che altro non è che un allegoria sui vizi e le virtù della società umana, con tutte le malefatte annesse. D’altronde la poetica del Cinema di Garrone prevede la Fiaba al servizio di una realtà spesso amara e cupa, e Pinocchio ne è il perfetto compendio.

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