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PINO QUARTULLO, LA POETICA DIETRO IL PROGETTO

L’imminente ripresa teatrale con Enzo Iacchetti e un film in arrivo con Claudia Gerini per l’attore/autore di Civitavecchia

di Davide Iannuzzi

Se ha ragione Johnny Depp quando sostiene che “la recitazione è reazione” quella di Pino Quartullo potremmo definirla osmosi continua tra libera creatività e metodo. Architetto per scelta e formazione accademica il giovane che debuttó con Alberto Sordi ne “Il marchese Del Grillo” di Monicelli è cresciuto senza aver mai smesso di indagare attraverso i mestieri del Cinema e del Teatro, mettendosi in gioco in una pruralità di ruoli fino a saggiare i precorsi del cattedratico docente per poi rituffarsi in forma teoretica quanto empirica nel copione. Un incontro voluto per i lettori di Mediafrequenza che anticipa la ripresa teatrale al fianco di Enzo Iacchetti nella divertentissima “Hollywood Burger” e il film in arrivo di Giuliana Gamba intitolato “Burraco fatale”, favola d’amore e analisi sociale del mondo femminile, per conoscere più da vicino le ragioni della popolarità di un uomo che ci regala quarant’anni di emozioni vissute e condivise nell’arte di essere un comico drammatico

Quasi quattro decadi di attività, distribuita tra teatro, cinema e formazione come docente. A quale punto del tuo percorso ritieni di essere giunto?

Che debbo ancora iniziare a fare quello che avrei dovuto fare. Spesso si fanno cose perché la vita te le offre, sono sicure, anche belle, vantaggiose, dignitose, gratificanti ma non sono quelle che dovrebbero avere la priorità. Credo di essere un autore originale ma spesso, molto spesso, quasi sempre, ho preferito fare cose scritte da altri. Titoli famosi, grandi autori, ruoli bellissimi, insegnare, fare il direttore artistico. Scrivere qualcosa di nuovo è la cosa più impegnativa, più difficile. Ma dovrebbe avere la priorità su tutto.

Il bello di questo mestiere tra gli altri è sicuramente poter ricoprire più ruoli di una stessa professione: attore, regista, doppiatore, didatta, produttore. In quale tra questi ruoli ti identifichi maggiormente?

Architetto: uno che fa progetti e cerca di realizzarli.

Qual è il segreto di questa duttilità?

La creatività non va suddivisa in compartimenti stagni, per me è naturale occuparmi di tante cose. C’è osmosi tra i due macro-aspetti della composizione: quello che si vede racchiude scenografia, luce, costumi, coreografie, mimica, inquadrature, montaggio; quello che si sente riguarda testo, recitazione, musica, canto, fonica; e sono tutti correlati, fusi insieme, normale quindi per me coordinare il tutto. Non sono l’unico: è nella nostra tradizione capocomicale occuparci di tante cose: da Plauto ad Ariosto, da Molière a Shakespeare, da Scarpetta a Eduardo, da Placido a Servillo. Facciamo spettacoli. Aver studiato architettura mi è molto servito.

Quattro regie cinematografiche in pochi anni, poi una lunga pausa non ancora interrotta. E’ mancato qualcosa al mondo dietro la macchina da presa per conquistarti totalmente?

Fare un film è sempre più un’impresa titanica. Lavori anni ad un progetto, poi il film esce (spesso dopo mesi e mesi) e gli esiti spesso non ripagano quegli sforzi. Il teatro è molto più programmabile, più sicuro. Se decidi di realizzare un film non puoi sapere quando lo girerai e quindi non puoi prendere impegni teatrali (che invece vanno stabiliti molti mesi prima). Negli anni ’90, per fare film ho dovuto limitare moltissimo la mia attività teatrale. Dopo Le faremo tanto male, ho deciso di prendermi una pausa dal cinema, per dedicarmi totalmente al teatro, e mi ci sono tuffato dentro: ho partecipato anche a dieci spettacoli all’anno. Quella pausa dal cinema come regista però è durata troppo. Ma credo che stia per terminare…

I tuoi quattro film da regista sono stati dei racconti generazionali osservati attraverso il filtro della commedia. Quale ritieni che ne sia stato il principale ingrediente?

Il ribaltamento del ruolo del maschio in relazione alla donna nel mondo di oggi. In Quando eravamo repressi in ambito sessuale (calo del desiderio e bisogni condizionati), in Le donne non vogliono più dal punto di vista genitoriale (uomo che sente scattare il suo orologio biologico), in Storie d’amore con i crampi per l’incapacità di un maschio di svolgere il lavoro più antico del mondo (da sempre intrapreso dalla donna), in Le faremo tanto male per essere un rapitore che finiva per essere gestito dalla rapita.

C’è stato anche spazio per un esercizio di stile…

Un film collettivo, realizzato da molti registi mitici (Monicelli, Dino Risi, Magni) e alcuni giovani emergenti (allora ancora ero giovane, 1996). La stessa storia raccontata in vari generi cinematografici diversi. Io scelsi il genere “musicarello”. Massimo Wertmuller interpretava un Gianni Morandi anziano vestito da militare che implorava Elena Sofia Ricci/Laura Efrikian anziana di farsi mandare dalla mamma a prendere il latte. Nonostante gli acciacchi cantavano molto, in bianco e nero.

Spesso il trampolino di lancio per un attore o regista di cinema è l’esperienza del cortometraggio. Con Exit al fianco di Stefano Reali hai avuto un vero exploit. Come hai vissuto quell’esperienza che ha portato una nomination all’Oscar, e cosa conservi ancora di quel ricordo?

Grazie a Monica Vitti che fu mia meravigliosa insegnante di recitazione all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico; lei realizzò con Roberto Russo una trasmissione televisiva (Passione Mia) e volle che io coordinassi alcuni miei compagni di classe dell’Accademia in trasmissione. Cantai in duetto con lei la canzone della sigla di apertura e partecipai ad una breve sit-com all’interno della trasmissione. Volle presentare nell’ultima puntata 6 corti realizzati da giovani registi. Il nostro Exit , interpretato da tutti miei compagni di classe piacque molto, vincemmo un’infinità di festival e provammo a mandarlo in visione a Los Angeles. Dopo alcuni mesi uscì un articolo sul Corriere della Sera e scoprimmo che il nostro corto era diventato l’attrazione di quella sala cinematografica di Los Angeles; da mesi attirava pubblico e Spielberg se lo era fatto prestare per mostrarlo ai suoi allievi alla Ucla. Anche Rambaldi e Ghia furono nostri grandi sostenitori; man mano che le selezioni procedevano, di settimana in settimana mi arrivarono a casa, a Civitavecchia, dei cartoncini riproducenti la statuina dorata da mostrare per entrare in vari luoghi deputati dell’Academy e da affiggere nella mia autovettura per poter entrare alla Notte degli Oscar. Io, vestito in smoking (generosamente prestatomi da Gianni Versace), mi ritrovai in fila tra una serie di limousine nere dai vetri oscurati, con una Panda celeste: i mezzi della Rai (produttrice del corto) non poterono permettersi di meglio.

Nell’immaginario popolare il cortometraggio è percepito come lavoro propedeutico al lungometraggio. Ritieni che ad oggi il cinema breve abbia acquistato maggior valenza?

Sempre più il cortometraggio viene ritenuto una creazione nobile, libera, poetica, rispetto al lungometraggio che deve sottostare a delle regole commerciali ferree se vuole appartenere al mercato e affrontare la concorrenza.

Poche frequentazioni con la sala di doppiaggio ma di forte incisività. Come è stato doppiare Jim Carey in The Mask e in Scemo e più Scemo?

Credo che non ci possa essere nulla di più divertente da doppiare. Stavo realizzando un mio film con Vittorio Cecchi Gori e sua moglie Rita e mi dissero che avevano acquisito i diritti per la distribuzione in Italia di un film fantastico (The Mask) interpretato da un pazzo geniale che gli ricordava molto me. Mi chiesero di provare a doppiarlo e in effetti la mia voce era molto simile a quella di Carey. Tanto fu il successo che vollero che doppiassi anche Scemo e più scemo.

Parlando di teatro, sei il principale responsabile del debutto teatrale di Stefania Sandrelli…

Fu un debutto anche per David Zard come produttore teatrale (fino a quel momento aveva organizzato solo grandi concerti), e per il Palladium, cinema dismesso da anni, recuperato e utilizzato come teatro per la prima volta. Mai un’attrice si fidò così tanto di me come Stefania in quell’occasione. Io e Alessandro Gassman nella finzione la rapivamo per rieducarla e le facevamo fare le cose più truci. E lei con l’entusiasmo di una bambina e il suo talento nuovo di teatrante si lasciò dirigere divertendosi molto. L’abbiamo costretta a reinterpretare anche una scena di Sedotta e abbandonata, come cura disintossicante le imponevo di sussurrare un sonetto di Shakespeare e con lei, in duetto, cantavamo una canzone del repertorio di Elio e le Storie Tese: il cassonetto. Andammo a Milano e Gianni Versace ci vestì adeguatamente. Ottenemmo anche una copertina del Venerdì dove tra me e Gassman splendeva Stefania, bellissima con chioma bianca, dal titolo: Stefania che nonna!

Pino Quartullo e Enzo Iacchetti in Hollywood Burger

In questo periodo sei in tournée con Enzo Iacchetti. Il sogno del cinema si racconta in Hollywood Burger, Perché questo bizzarro titolo?

Perché i due protagonisti, seduti alla mensa degli attori di Hollywood, non riescono a mangiare per tutta la durata dello spettacolo il loro hamburger. Mentre si raccontano le loro vite continuano a riempirli e insaporirli con le salse più assurde. L’hamburger diventa così metafora della loro esistenza, delle loro aspirazioni. Si ride molto e ci si commuove. Testo originalissimo dell’autore Roberto Cavosi

Per quanto tempo continuerà ancora la tournée?

Da febbraio a maggio 2020, passando dal Teatro Duse di Bologna e dal Teatro Olimpico di Roma (a maggio)

Nel frattempo bolle qualcos’altro in pentola?

Sta per uscire, un film di Giuliana Gamba: Burraco Fatale, in cui interpreto il marito traditore di Claudia Gerini (nel cast anche Angela Finocchiaro, Paola Minaccioni, Caterina Guzzanti, Loretta Goggi).

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