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VERONA, UN SOGNO TRANSIBERIANO FIRMATO BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

Mediafrequenza incontra il chitarrista della band Filippo Marcheggiani, oggi simbolo di ‘metamorfosi’ e continuità storica.

di Davide Iannuzzi

Tutto pronto questa sera per l’evento prog al Teatro Romano di Verona. Protagonista del Made in Italy doc è la storica band Banco del Mutuo Soccorso che per niente annichilita dal dolore per le dipartite di Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese ha messo in pista, sotto l’egida del genio creativo Vittorio Nocenzi, un nuovo progetto discografico, ambizioso, provocatorio e sfidante. Gli ingredienti della longevità? Un salvadanaio di idee e un nuovo viaggio da intraprendere con la voglia di esplorare di sempre. Tutti a bordo, pronti a salutare il mondo alle spalle, Transiberiana vuol dire sopravvivenza solo per chi guarda avanti. E lo sguardo rivolto al futuro ha permesso al BMS di calare l’asso dopo un silenzio di inediti discografici che durava da ventidue anni, per raccontare quello che ancora mancava, la vita osservata nella metafora del viaggio, le dinamiche dei cicli esistenziali e il bisogno di comprensione che trae fondamento nel senso del vissuto sulla propria pelle, seppur nell’esperienza introiettata e sensoriale dell’abbandono alle atmosfere di un concept album. Simbolo oggi della continuità storica, oltre il radicale rinnovo della formazione è il chitarrista romano Filippo Marcheggiani, che fece il suo ingresso nelle file del BMS appena diciottenne, oggi solidamente integrato nel tessuto produttivo della band a suon di riff ormai inconfondibili. E’ forse scontato e inopportuno l’esercizio del facile accostamento a modelli pregressi, ma il prog ci ha già indicato punti di svolta storica dove la giovane new entry delle sei corde segna una sostanziale svolta di stile, oltre che di di ‘cassa’. E se lo stile è garantito il mercato resta l’incognita, la nota dolente, il rimpianto che nutre la memoria per quegli Yes che si affidarono alla freschezza e al guizzo del giovane Trevor Rabin dal cui genio chitarristico scaturì quella straordinaria intuizione di stile e marketing che fu il formidabile 90125. Ma la storia si può e si dovrebbe vivere più marcatamente dalle proprie latitudini di appartenenza, le nostre, orgogliosamente segnate dalle vicende del BMS. E’ un piacere poterne parlare con uno degli indiscussi protagonisti, Filippo Marcheggiani, che questa sera alle ore 21,00 salurà sul palco dell’Anfiteatro Romano di Verona assieme al deus ex machina Vittorio Nocenzi alle tastiere, al batterista Fabio Maresco, al bassista Marco Capozi, al secondo chitarrista Nicola di Già e al nuovo vocalist Tony D’Alessio.

MF 25 anni di militanza in una delle band più apprezzate nel panorama prog, e non solo in Italia. Quali erano le tue aspettative agli albori del tuo ingresso nel BMS?

Bisogna dire intanto che il panorama era nettamente diverso: la musica era un’industria ancora fiorente e la qualità artistica ripagava gli investimenti economici. Nel 1994, l’anno in cui sono entrato nel Banco, nei mangianastri e lettori cd giravano signori album come “Grace” di Jeff Buckley, l’unplugged dei Nirvana, “Superunknown” dei Soundgarden o “Under the Pink” di Tori Amos. Senza contare che band come i Dream Theater o i Porcupine Tree, come anche i Kyuss o i NIN, spopolavano letteralmene!
Puoi immaginare che le mie aspettative erano alle stelle, sebbene fossi perfettamente consapevole che la scena musicale era fatta di persone molto esigenti e c’era da “sudarsela” ogni minuto. E sicuramente ero entrato nella band giusta: forma e sostanza ai massimi livelli e tanto, tantissimo lavoro.
Ricordo che l’impatto con le modalità di lavoro fu a dir poco scioccante: Vittorio, che è sempre stato il trascinatore, l’allenatore in campo, mise a nudo tutti i miei limiti dovuti all’età e all’inesperienza.
Fu una scuola durissima, ma a distanza di anni gli sono infinitamente grato: era quello il suo modo di farmi diventare “uomo” oltre che musicista, e cerco di ripagarlo ancora ogni giorno.

MF Parlaci del tuo personale rapporto con la storia del prog mondiale…

Il progressive ha sempre avuto un effetto “folgorante” per me: il primo impatto fu con i Pink Floyd di “Wish You Were Here”: anche se qualcuno storcerà il naso nel definirli “prog”, la loro libertà creativa fece letteralmente cadere un velo di “innocenza” che la musica Pop aveva messo davanti alle mie giovanissime orecchie.
Poi ci furono i Rush, la mia band preferita di sempre, che ancora oggi ascolto con grande godimento. Furono loro a stimolare la mia curiosità armonica e ritmica: sapevo fare a malapena il giro di Do con la chitarra ma mi ostinavo a voler contare l’introduzione in 5/4 – 6/4 di Jacob’s Ladder!
Devo confessare che il mio “imprinting” progressivo è stato più anni 80 e 90: gli anni 70 li ho scoperti più tardi e, sebbene qualcuno possa pensare a suo giudizio che il prog abbia avuto negli ottanta una fase decadente, amo ancora visceralmente quei dischi un po’ “partigiani” come “Moving Pictures” o “90125”, che nascondevano grandissima musica strizzando però l’occhio alla modernità, ovvero la sintesi del pop-rock anni ’80. Ho sempre amato le contaminazioni, ecco perché poi mi sono appassionato così tanto ai Dream Theater: hanno saputo unire il metal, di cui sono un grande appassionato (ma questa è un’altra storia…) e il progressive, con una cifra tecnica impressionante. Furono l’ennesima folgorazione per me!
A distanza di anni devo al prog la mia formazione di musicista così come la mia carriera: aver suonato, ad esempio, “Starless” dei King Crimson con John Wetton rimane uno dei momenti più esaltanti della mia vita musicale.

MF Da osservatore e compartecipe, quale ritieni che sia stato il valore aggiunto del BMS nel corso degli anni a una storia per lo più caratterizzata dalle vicende delle super band d’oltre Oceano?

Il contributo del Banco alla storia del prog mondiale lo possiamo “misurare” proprio analizzando questi ultimi mesi: “Transiberiana” è stato accolto dalla critica e dai fan di tutto il mondo come un disco degno della migliore produzione della band, nonostante mancassero Francesco e Rodolfo, che sono stati due pilastri del gruppo da sempre.
“Un disco che trascende il linguaggio” come ha scritto Prog UK, certificando il “valore assoluto” del Prog Italiano e non sminuendolo a “spaghetti rock”; da qui la nomination a “Best International Prog Band”.
Numerose testimonianze e attestati di stima da mostri sacri quali Steve Hackett o Robert Fripp, che disse di voler sempre ascoltare i dischi del Banco, perché molto ispirati e mai un’imitazione del Prog inglese.
Insomma credo di poter dire da “tifoso in campo”, che il Banco è un caposaldo del Prog mondiale: lo è stato, è lo è ancora oggi a 50 anni di distanza. Questo perché il Banco è sempre stato mosso dall’ispirazione “vera”, e mai da calcoli industriali. Questo spiega anche i venticinque anni di attesa per il nuovo album. Ci voleva l’ispirazione giusta…

la copertina del nuovo disco del BMS “Transiberiana”

MF Il nuovo album del BMS è a tutti gli effetti un concept che affronta il tema del viaggio più lungo percorribile come metafora della vita tra aspettative e disillusioni. Anche il tuo più recente “Oggi mi voglio bene” era un concept, realizzato con la tua personale band EFFEMME. In un mercato caratterizzato dal consumo veloce, dalla condivisione compulsiva attraverso i social e soprattutto da una generazione di fruitori ormai lontana dal piacere di togliere il cellophane dalla copertina di un disco appena comprato, non lo consideri un rischio d’impresa rimanere fedeli alla tradizione più impegnativa del concept?

Più che un rischio, un’operazione Kamikaze!!!
Tornando seri, il “concept album” è assolutamente fuori mercato: nell’era dei singoli in streaming o video su Youtube dal cellulare, pretendere che un ascoltatore medio si inchiodi per un’ora ad ascoltare un disco intero dall’inizio alla fine senza distrazioni è, più che un’utopia, una pia illusione. Ma credo che “Transiberiana” riesca a fare una moderna sintesi del “concept” tradizionale, come d’altronde già fece il Banco stesso nel 1976 in “Come In Un’ultima Cena”.
Però ora bisogna fare una distinzione, tracciare un solco che stanno cercando di cancellare da troppi anni ormai: la musica come intrattenimento e la Musica come forma d’Arte!
Ci si preoccupa solo della prima ormai, addirittura spacciandola spesso per la Seconda: immagina la frustrazione.
È inaccettabile sentire discorsi del tipo “Eh, ma se tizio e caio riempiono i palazzetti, allora hanno ragione loro!”…questi signori avrebbero consigliato a Vincent Van Gogh di fare l’imbianchino!
“eh ma lui/lei/loro parlano al cuore della gggente!” (non è un errore di battitura!). E allora vorrà dire che il regista di “Temptation Island” sarà ricordato come il nuovo Luchino Visconti!
Cosa voglio dire con questo sfogo: che il valore dell’Arte dovrebbe essere acquisito e condiviso. E Difeso!
A me alcuni Artisti non trasmettono, ma li riconosco come tali perché so distinguere l’arte come contributo immortale dell’artista al mondo, come testimonianza di un tempo.
Noi cerchiamo ancora di lottare contro tutto questo appiattimento culturale e, consentimelo, EMOZIONALE! Il pubblico è letteralmente in trappola e non se ne accorge.
Anche “ai miei tempi” esisteva la musica “leggera”: senza stare a disquisire su come fosse migliore anche quella, se no mi rinchiudono in ospizio, le persone comuni avevano il sentore che ci fosse in giro un’Altra Musica. Avevano la possibilità di accedervi perché c’era spazio per quelle forme di espressione musicale più colte e meno “radiofoniche”. Se tornassi bambino oggi credo che non saprei nemmeno come si scrive la parola Rush. La Musica va ascoltata fuori dalla caverna di Platone, ma se continuano a oscurare l’uscità quella sarà l’unica realtà: siamo ormai al SENTIMENTO COMUNE. La venticinquesima ora è decisamente scoccata!

MF Quale ritieni che sia il modo migliore per indirizzare le nuove generazioni a un ascolto della musica più attento?

Renderli consapevoli che esiste appunto un’alternativa. Ti faccio un esempio: circa un anno fa stavo collaborando in un progetto teatrale per le scuole medie di Frascati. I ragazzi dovevano mettere su uno spettacolo scritto da loro con dei momenti musicali. La loro insegnante gli aveva proposto un brano sconosciuto di una band altrettanto sconosciuta: “Bohemian Rapsody” dei Queen!
Naturalmente il film non era uscito, adesso sarebbe tutto diverso (e meno male!).
Due ragazzine di 13-14 anni, che non avevano mai sentito i Queen in vita loro (come tutti gli altri venti ragazzini!) se ne sono letteralmente innamorate: mi hanno confessato che ascoltavano decine e decine di volte al giorno “Bohemian Rapsody” e stavano scoprendo anche gli altri brani. L’unico ostacolo per accedere a quella musica era dato dal fatto che per loro NON ESISTEVA! E stiamo parlando dei QUEEN, una band di successo planetario, ricca di hit “mainstream”, che l’anno dopo, grazie al film, è entrata prepotentemente nelle playlists di molti ragazzini.
Bisogna dare loro la possibilità di un’alternativa, educare le nuove generazioni a considerare la musica come arte immortale e non solo suggestione del momento, rispettare la loro sacrosanta urgenza di comunicare (ma senza gridare al miracolo al primo “trapper maledetto” solo per compiacerli, come spesso fanno molti artisti e giornalisti delle vecchie generazioni in crisi di mezza età, o di consensi…) ma rendere chiari culturalmente dei piani di Valore Assoluto: altrimenti per loro Bach e Sferaebbasta fanno lo stesso mestiere, capito?!?!?

MF Per ragioni puramente anagrafiche appartieni a una generazione di mezzo tra il tramonto della tradizionale distribuzione attraverso i supporti vinile, tape e cd e quella nuova dell’mp3 veicolato attraverso la fitta giungla della piattaforme dedicate e dei social: Insomma ritieni il mondo indi e delle autoproduzioni un surrogato del mondo Major oppure una frontiera ancora da esplorare a fondo?

Mi sono illuso che fosse una nuova frontiera libera, ma ho trovato più ottusità e FASCISMO che nelle major. Con una qualità sempre più in calo, tra l’altro. L’Indie italiano è oggi un surrogato “vorrei ma non posso” del mainstream, una sorta di “formula 3” che prepara i giovani virgulti del “sole/cuore/amore 2.0” a correre il GP di Sanremo: insomma più reazionario del reazionario.
Inoltre è l’ennesimo brulicare di “piccole enclavi” (forse meglio se dico “parrocchiette”, così mi capiscono) inaccessibili: Roma è il centro di questo movimento, che personalmente ritengo sopravvalutato e del tutto autoreferenziale.
Pensano di essere (o di raccontare, o di fare il tifo per) Totti che gioca la finale di Champions, ma sono solo dei ragazzini che giocano a pallone nel cortile di casa. Oltre il giardino c’è il mondo reale…

MF Torniamo a parlare dell’ultima fatica discografica del BMS Transiberiana. Nonostante il quarto di secolo di militanza nella band, per te è un debutto discografico essendo il primo disco di inediti dopo alcune compilation. Come ti sei posto dal punto di vista creativo e dell’interplay in studio di registrazione?

Sono stato in primissima linea sin dalla genesi di “Transiberiana”: dalle composizioni all’arrangiamento, dalle registrazioni al missaggio, ho vestito i panni del produttore, insieme a Vittorio e Nicola Di Già. Quindi sento questo dico come una mia creatura, ma è il sentimento comune di tutta la band. Credo si possa intuire facilmente ascoltandolo: sebbene con ruoli diversi, affiancati da due personalità esterne alla band, come Michelangelo Nocenzi e Paolo Logli, fondamentali dal punto di vista creativo, la band tutta ha condiviso questo lavoro, nell’idea e nella realizzazione, e questo credo che sia un grande punto di forza. Vittorio è stato felicissimo di tornare a lavorare con così tanta partecipazione.

foto di Fabrizio Lozzo

MF Il disco segna anche un passaggio di consegne di ruolo. Come chitarrista di fatto erediti lo scettro appartenuto storicamente a Rodolfo Maltese. Come hai approcciato al ruolo di solista in un progetto di band comunque rinnovato?

Con un grande senso di responsabilità. Per tutti noi del Banco proseguire questa storia, questa “Idea che non puoi fermare”, è al contempo esaltante ma anche gravoso. L’eredità di Rodolfo la sento come una responsabilità, come quando nelle famiglie si diventa l’adulto responsabile. Quindi ho cercato di ispirarmi sempre con la sua “benevolenza”, cercandola nel ricordo dei suoi gusti musicali, nella sua capacità di mettere sempre le note giuste, e mai troppe. Ho un bellissimo ritratto di Rudy, fatto da suo figlio Alessandro, appeso di fianco alla mia postazione nel mio studio, con accanto una foto di Francesco. Spesso, mentre lavoravo a Transiberiana, ho incrociato i loro sguardi in cerca di conferme. È stato molto confortante questo gesto per me. Credo comunque di interpretare questo ruolo con la mia personalità, il mio stile che, in tutti questi anni, non può non essere stato influenzato da un mostro sacro come Rodolfo Maltese.

MF Già da un primo ascolto in Transiberiana emerge il senso della tradizione assieme a nuova linfa: ascoltarlo comodamente in casa o in action live nel tour promozionale, istruzioni per l’uso di Filippo Marcheggiani…

Credo siano due esperienze completamente diverse e quindi da fare entrambe! Il disco è, per costruzione, un racconto ampio e articolato. Ci si può sedere sul divano e ascoltarlo (meglio se in VINILE!) come se si stesse guardando un film con gli occhi dell’immaginazione. Va ascoltato tutto di fila e due o tre volte: se poi non ve ne siete innamorati, almeno dovreste aver colto il valore assoluto di cui parlavo, cioè l’ispirazione vera che ha mosso questo lavoro.
Nel live cambieranno molte cose: mescoleremo i brani di Transiberiana con i classici del Banco del Mutuo Soccorso. Speriamo che questi figli minori reggano i confronto con i loro fratelli belli adulti e vaccinati! Ma comunque sarà un live degno del miglior Banco, ci scommetto la chitarra!

il BMS al completo

MF Per ultimo ti chiedo di esprimerti a ruota libera sulla figura di Francesco Di Giacomo, l’amico, il musicista, l’uomo, il simbolo….

Di Francesco ho parlato molto in questi anni. Ma la voglia di farlo è sempre tanta, rischiando anche di apparire pleonastici nel definirlo un Uomo Speciale, prima di tutto.
Il Banco è ed è stato da subito per me una seconda famiglia: da Vittorio che ha voluto fortemente “adottarmi” quel 4 novembre di 25 anni fa, a Rudy che è stato la mia chioccia e, silenziosamente, delicatamente come solo lui poteva, mi ha insegnato più di quanto mi sia potuto rendere conto.
Con Francesco ci siamo studiati un po’, poi dal ‘95 quando ho iniziato a viaggiare con lui per i concerti acustici, è diventato il mio papà ribelle e scanzonato, sempre dal cazzeggio scalpitante, ma anche pieno di attenzioni e buoni consigli. “A crema (sarei io) sei er fijo scemo che nun c’ho mai avuto!” mi ripeteva ultimamente.
Lui sapeva più che altro farti pensare senza auto-pregiudizi di ogni tipo: questo è stato l’insegnamento più grande che mi ha dato. E quello che mi manca maledettamente. Sai che non ho ancora cancellato il suo cellulare dalla rubrica del telefono?
Il suo enorme carisma e talento di artista era ben poca cosa rispetto alla grandezza della sua umanità, sensibilità, generosità. Quindi fatevi un’idea!
Si dice sempre: se ami un artista fai in modo di non conoscere mai l’uomo che si nasconde dietro di lui.
Con Francesco era esattamente il contrario: se lo conoscevi solo come il simbolo, l’icona, avevi solo annusato la grandezza dell’uomo. A me, che dico, a noi manca soprattutto il nostro amico: gli stiamo dedicando, e così anche a Rudy, ogni nota della nostra e loro musica, così che non ci lascino mai davvero.
Il miracolo della musica con la M maiuscola: rendere immortali.

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