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ROMA, PUNTO E A CAPO

Squadra in campo con l’infradito fuori anche dall’Europa League. E adesso spiaggia per tutti

di Davide Iannuzzi

Si chiude nel modo più inglorioso e incolore possibile la gestione della premiata ditta James Pallotta, del processo inarrestabile di svuotamento agonistico che parte dalla negazione dell’amor proprio, e della totale assenza di proposte tecnico/tattiche nel tentativo almeno di supplire alla carenza di qualità, motivata solo in parte dai limiti finanziari, per una squadra pensata male e costruita peggio. Il lancio degli anatemi dal cavalcavia dei delusi si arresterà solo di fronte all’evidenza di una strategia convincente dell’entrante gestione Frtedkin, tra auspici e i miraggi del sole cocente di agosto. Tutto e tutti sul banco degli imputati, Fonseca compreso al quale si chiedeva una disposizione oculata della squadra in campo contro il Siviglia, con o senza Smalling.

Di chi sono le responsabilità se i giocatori perdono un tempo e mezzo di gioco sotto porta nelle rare occasioni che questo schieramento sa creare? Velocità di testa e di gambe si allenano, ma la squadra continua a fornire esercizi di aerobica a un pubblico che vorrebbe vedere undici gladiatori. Di chi sono le responsabilità se il raccolto è sproporzionatamente inferiore alla semina, se i fardelli di ingaggi sovradimensionati rispetto alle reali prestazioni in campo continuano a impoverire le casse societarie? “E’ stata una stagione positiva. Avevamo grandi aspettative, ma dobbiamo essere onesti, il Siviglia ha meritato, ma dobbiamo pensare alla prossima stagione. Abbiamo una squadra con un buon futuro ma ora non dobbiamo farci prendere dalla depressione”. La radiografia dell’intera stagione dell’AS Roma si sintetizza nelle parole del tecnico portoghese rilasciate a Roma Tv nel post gara a fare eco al solito clichè che si concretizza nel patetico e finto accollo delle responsabilità sulle proprie spalle, quanto nel consolatorio slogan di “quest’anno, la Roma vincerà il prossimo anno”. Mentre il supplizio diventa agonia si consuma l’inevitabile caccia alle streghe indetta dai media e mutuata dal volgo, stanco di aspettare, non tanto i trofei quanto il processo di maturazione verso l’identità di gruppo e la riconoscibilità di nuovi contenuti “aziendali” che esprimano il famelico istinto di vittoria e il dolore della sconfitta.

La quinta squadra del campionato italiano ha incontrato la quarta di quello spagnolo, le distanze in qualità di gioco e condizione atletica erano siderali. La Roma non sa tirare in porta e all’incapacità di impostare il gioco dalle retrovie non si contrappone mai il tentativo, almeno di provare a scavalcare il centrocampo. Gli svarioni difensivi sono ormai un marchio di fabbica, quello che in questi anni ha voluto racchiudere in esso i significati di “stadio di proprietà” in assenza del quale sarebbe impossibile vincere e delle performaces raggiute a prova di social e suon di like. Al campo rimane la retorica del totem Dzeko, oggi come ieri quando imperversava lo slogan “Totti è la Roma”. Ma il Jurassik Park rischia di non portare più pubblico, e non per l’imprescindibile realtà nata sotto il veto di assembramento. La Roma sfida se stessa, esalta i record raggiunti all’interno della sua stessa storia. Ma il confronto andrebbe fatto con il mondo esterno, quello di competizioni che ad oggi della Roma raccontano una storia debolmente rappresentata.

L’ultimo lascito di Pallotta si consuma in piena coerenza con l’arte della sconfitta, eredità di quasi un decennio opportunisticamente esaltato nel conseguimento di una semifinale champions. Ma ora è l’inizio di una nuova alba, quella del sogno americano 2.0. Sperando che Mr Friedkin, esperto di calcio quanto forse lo è James Pallotta sappia circondarsi di consiglieri e non di affabulatori. Forse di un solo mentore capace di comunicare i contenuti della progettualità e dell’ambizione, ma anche della costante verifica dei risultai parzialmente ottenuti e della proposta di strategie atte a ottimizzare l’andamento “aziendale” rispetto agli obiettivi prefissati. Come farebbe una sana azienda che fa business. Oltre questa logica Roma non ha bisogno di essere brandizzata.

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