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ANDREA PAVONI, MUSICA CREATIVA IN SENSO VERTICALE/L’INTERVISTA

Il musicista romano racconta il suo approdo al nuovo concetto compositivo racchiuso nel suo recente album solista, pubblicato per l’etichetta Filibusta Records con il titolo “Canzoni in verticale”

di Davide Iannuzzi

Indissolubilmente legato alla costante ricerca e al perfezionamento di una propria e riconoscibile architettura compositiva Andrea Pavoni vanta una carriera ultra trentennale costantemente tratteggiata da produzioni discografiche originali di articolato concettualismo e frequenti incursioni nel più prestigioso firmamento rock prog internazionale, dai King Crimson ai Pink Floyd, rivisitando alcuni dei classici più accreditati, senza mai scivolare in un mero e celebrativo registro. Fondatore del gruppo Greenwall con cui ha condiviso la quasi totalità della produzione il musicista romano si è saputo misurare anche con la narrazione in musica della letteratura popolare finlandese. Sua è la partecipazione in un album di respiro internazionale basato sul poema epico Kalevala, in cui convergono musicisti da varie parti del mondo per dare suono a legende di cantastorie raccolte in un volume conclusosi nel 1849. È del 2022 la recisione del cordone ombelicale con i Grenwall che segna il definitivo distacco dal passato, ma senza rinunciare alla continuità di viaggio con molti dei compagni di sempre. Pubblicato in giugno di quest’anno “Canzoni in verticale” è il primo album a firma Andrea Pavoni dove l’alchemica ricerca sonora e gli scenari prog, che avevano caratterizzato le precedenti produzioni, cedono il passo a una più essenziale ed emozionale dimensione di cantautorato colto, capace di accogliere essenze jazz, latin e pop. Ma per meglio comprendere il punto di svolta lasciamo che sia l’artista stesso a narrare il percorso fin qui tracciato.

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Deve celarsi un concetto ben preciso dietro il titolo dell’album, quale è il senso della verticalità compositiva?

Ricordo benissimo quando scelsi il titolo dell’album, stavo riflettendo su come sono fatti tanti miei brani… sono fatti “a strati”, spesso puoi sentire un pezzo, ma se isoli degli elementi ne puoi sentire anche un altro, o altri due… io spesso non costruisco “dentro”, costruisco “sopra”: metto uno strato musicale sopra al precedente, per questo credo che i miei brani siano spesso “verticali”.
Chiaramente questo è il tipico procedimento di chi fa arrangiamenti, e negli anni questo aspetto per me è diventato sempre più importante.

Poi ci sono altri significati per questa espressione: “fare la verticale”, ovvero fare qualcosa che si ritiene difficile, “progetto verticale”, ovvero progetto mirato, specialistico…. Era anche il primo lavoro a nome mio, quindi era/è un po’ un ricominciare, risalire… “in verticale”. E’ una espressione che ha al suo interno tanti significati a ben vedere.

Cosa ti ha spinto il QStudio milanese di Red Canzian per la registrazione dell’album?

E’ stata una idea di Phil Mer (uno tra i più richiesti batteristi italiani e arrangiatore e collaboratore di Red Canzian e di altri artisti tra cui Malika Ayane, Mario Biondi, ecc…), con cui ho collaborato alla stesura di molti elementi dell’album. Lo studio Q (studio storico dei Pooh e di molti altri) è molto attrezzato e ci consentiva di ottenere in poco tempo un grande risultato. Inoltre alcuni dei musicisti coinvolti avevano più facilità a raggiungere Milano piuttosto che Roma, quindi anche dal punto di vista logistico si è rivelata la scelta giusta.

Il disco rappresenta anche una svolta nello stile che ti ha finora contraddistinto, passando da ambiti rock prog a una forma sofisticata di cantautorato. Come avviene questa metamorfosi, e che tipo di traguardo rappresenta nel tuo percorso?

Io ho scoperto negli anni di essere un compositore, non sono un cantante, non sono un tecnico di un particolare strumento. Mi piace comporre, questa credo sia veramente la mia strada, la mia identità. Quindi avevo questo materiale, accanto ad altro che negli anni ho utilizzato per Greenwall, e con questo album ho dato spazio a questo tipo di materiale. Il traguardo è stato realizzare queste cose al massimo del livello di professionalità che sono riuscito a ottenere, dagli altri e da me stesso. Il disco suona “come doveva suonare”/”come speravo che suonasse”, ci sono stati pochi compromessi. L’idea era di mettersi su un livello qualitativo alto dal punto di vista realizzativo. E so per certo che su questo ho fatto il massimo.

Poi, sì, “Canzoni in Verticale” è un disco a forte prevalenza “di approccio cantautorale”, però contiene alcuni brani strumentali, ad esempio, cosa che in linea di massima non è tipica veramente di un cantautore. E poi molti musicisti che sono stati coinvolti, mentre registravano, pensavano di incidere un disco prog…. quindi forse è anche la prospettiva da cui guardi le cose a dargli una identità.

Per molti artisti il biennio di lockdown è stato il punto di partenza di una rinascita. Che impatto ha avuto il black out del live concert nella pianificazione dei tuoi progetti?

Fondamentale direi. Abbiamo potuto passare due anni “sereni” con Phil Mer (sereni si fa per dire) a scambiare idee e dettagli su come doveva essere fatto il disco. C’è stata mancanza di pressione, che per me è stato un fatto positivo… Non c’era nulla di che gioire per tutto quello che ci succedeva attorno, ma ho sfruttato il momento per concentrarmi meglio. Almeno gli ho dato anche un senso.

Canzoni in verticale è anche il tuo primo album a nome Andrea Pavoni, dopo una lunga militanza nel progetto Grenwall…

Sì. Mi dispiace che quel momento sia finito, però è anche vero che nulla dura per sempre e che il cambiamento è un elemento cardine di ogni percorso di crescita. Comunque con nessuno dei Greenwall c’è stata rottura, noi concettualmente “siamo ancora insieme”, siamo amici oltre quello che c’è stato musicalmente.

Chissà forse si potrebbe fare ancora qualcosa insieme in futuro… solo che oggi un gruppo come Greenwall forse lo vedrei come limitante, vorrei creare di più, improvvisare di più, mi piacerebbe fare anche altre cose.

Uno degli aspetti che contraddistinguono la la vasta produzione artistica che hai dietro le spalle è il concettualismo legato alle cover dei tuoi dischi. Puoi spiegarci come nasce l’idea della grafica di Canzoni in Verticale?

L’idea in tutta onestà è di Serena Riglietti, come in altre cover. Io gli racconto un po’ il mood del lavoro, glielo mando, parliamo di come siamo, di che momenti entrambi stiamo vivendo, e dopo un po’ esce fuori un disegno, che con la incredibile sensibilità e dote di sintesi di Serena mette dentro tutto…. c’è qualcosa di nascosto che si rivela, ci sono le impronte digitali, c’è un gesto quasi infantile di “offerta” nell’illustrazione che ha realizzato per la cover. Sono rimasto inizialmente spiazzato, poi dopo qualche minuto ho riflettuto…. e ho capito che era perfetta, era lei.

La tua vasta produzione musicale ha più volte gettato lo sguardo verso le icone del rock prog anglosassone, dai King Crimson aglii Yes, fino ai Pink Floyd. Quale ritieni essere il principale elemento comune tra la tua musica e quella delle band citate?

Credo ci siano tanti elementi, tantissimi. Ma non a livello di “emulazione”. Con questi artisti condivido lo spirito, l’approccio alla musica come evento fortemente e visceralmente creativo. Sono tutti autori che ho studiato e suonato, dei PInk Floyd curai anche una riedizione completa di The Dark Side of the Moon (si chiamava “The Green Side of the Moon”). In questo disco, in particolare, c’è un brano che tributa molto i King Crimson a livello “concettuale”, ed è “La Casa al Sole”, che è un brano volutamente arrangiato in chiave prog pur provenendo da uno spunto molto melodico. I King Crimson hanno fatto spesso queste cose, penso a brani come “Two Hands” o “Matte Kudasai”, ma anche a cose dei primi anni. Chiaramente ho filtrato tutto portandolo nel mio mondo, ripeto, con nessuno di questi gruppi si è mai creata emulazione.

Sono previste uscite live per la presentazione di Canzoni in Verticale?

Sì!!! Stiamo allestendo un evento di presentazione con molti dei musicisti coinvolti nel disco ed alcuni ospiti illustri, primo fra tutti Oliviero Malaspina, collaboratore di De Andre e con il quale ho avuto l’onore di collaborare in un brano. Dovremmo essere agli inizi di Ottobre in un Teatro a Trastevere (Roma). Come si dice… stay tuned (e finger crossed)!!

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