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JON E VANGELIS, ALCHIMIA DI UN SUBLIME E DELICATO FEELING ARTISTICO

Il compositore greco e lo storico vocalist degli Yes Jon Anderson ricordati per l’indimenticato progetto a due, tra storia e nostalgia di una simbiosi irripetibile

di Fabrizio Ragonese

Vangelis e Jon Anderson sono due tipi per i quali bisognerebbe scrivere due articoli a parte, ognuno dei quali lungo una quaresima, ma alla fine risulterebbe comunque riduttivo e incompleto. Il motivo è semplice: il primo ha cambiato per sempre il mondo della musica elettronica, fondendola con la musica sinfonica e di fatto portandola verso orizzonti che nessuno aveva mai minimamente sfiorato prima di allora, tanto da fare genere a sé, a mio modesto parere: da una parte tutti i vari musicisti elettronici, compositori di colonne sonore, e via dicendo: dall’altra lui. Il secondo ha scritto una pagina fondamentale (forse più di una) del progressive, sia con gli Yes che da solo, grazie a una voce unica e inconfondibile, forse la più bella del prog, e a una creatività fuori dal comune, un artista assolutamente completo, sempre impeccabile. Eppure in questo articolo non voglio parlare di loro due. Almeno non voglio parlare di loro due individualmente. Voglio parlare di loro due insieme.

Eh già, perché non tutti sanno che questi due hanno conosciuto un breve ma intenso periodo di felice collaborazione artistica, che sebbene non abbia sfornato nessun brano entrato nell’immaginario collettivo, ha prodotto un piccolo scrigno ricolmo di tesori nascosti, assolutamente imperdibili per gli amanti del genere. Non abbiate paura: se vi piace uno dei due, vi piaceranno anche insieme (scommettiamo?).

Tutto comincia nella prima metà degli anni ‘70, quando Anderson ascolta Apocalypse des animaux di Vangelis e ne rimane affascinato, tanto da voler incontrare personalmente il leggendario tastierista greco a casa sua a Parigi. L’incontro, stando a quanto narra Anderson, fu alquanto bizzarro: “Aprì la porta, un omone con un lungo caftano e un arco e una freccia sulla spalla”, dice. “Entro nel suo appartamento sontuoso vicino agli Champs Elysees. C’era un lungo corridoio e lui lancia una freccia attraverso una finestra aperta. Ho detto, ‘Vangelis, avresti potuto uccidere qualcuno’. Lui ha risposto: ‘Oh, non preoccuparti, sono greco’”. Bizzarrie a parte, da quell’incontro nasce subito una fortissima intesa artistica tra i due, ed il momento sembra propizio: nel 1974, infatti, il tastierista Rick Wakeman lascia gli Yes e Anderson invita proprio Vangelis a sostituirlo. Il progetto non andrà in porto a causa di vedute artistiche differenti tra il musicista greco e il complesso britannico, ma segnerà l’inizio della collaborazione tra i due, inizialmente sporadica, poi via via sempre più importante, fino a sfociare in un vero e proprio progetto musicale che porterà alla realizzazione di 4 album tra il 1979 e il 1991, più due raccolte di successi.

La prima collaborazione tra i due avviene nell’album Heaven and Hell di Vangelis del 1975, dove Anderson canta (superbamente) in So Long Ago, So Clear. Sempre Anderson compare nell’album Opera Sauvage del 1979, dove suona l’arpa nel brano Flamants Roses, e di nuovo alla voce nell’album See You Later (1980) in Suffocation e nella title track See You Later.

Nel febbraio 1979 cominciano le registrazioni del loro primo album, Short Stories, che viene pubblicato nel gennaio 1980. Le recensioni sono contrastanti: c’è chi lo definisce un album audace ed originale, e chi invece lo etichetterà senza troppi complimenti come una confusa accozzaglia frutto dell’unione di due individualismi piuttosto che di una vera e propria collaborazione artistica, dove Vangelis prevale troppo rispetto ad Anderson, tanto che alcuni arrivarono a definirlo di fatto un album solista dello stesso Vangelis. Magari sarà pure un album un po’ “acerbo”, in effetti, ma non mancano di certo degli spunti interessanti, come la gradevole Each and Every Day/Bird Song, o l’altrettanto bella The Road, che lasciano sprigionare tutta la magia della vocalità di Anderson unita ai sontuosi arrangiamenti di Vangelis. Ma in questo disco la “perla” è sicuramente I Hear You Now, che uscì l’anno precedente come loro primo singolo: un pezzo che faccio fatica persino a descrivere, tale è la sua malinconica bellezza, intriso di una dolce freschezza e una vitalità gentile, non dirompente ma ugualmente disarmante, una sorta di ritratto musicale dei due musicisti, da sempre capaci di conquistare i rispettivi pubblici senza eccessi o stravaganze, due talenti sobri, eleganti e purissimi: un brano dall’arrangiamento semplice e diretto, quasi minimalista specialmente se paragonato ai pomposi arrangiamenti elettronico-orchestrali a cui Vangelis ci ha abituato, eppure straordinario nella sua semplicità.

Non so voi, ma ogni volta che l’ascolto non riesco a fare nient’altro; devo semplicemente fermarmi e godermela fino all’ultima nota. Sicuramente già lasciava intuire l’enorme potenziale creativo che i due musicisti erano in grado di esprimere. A questo proposito, Anderson racconta che le sessioni di registrazione dei loro album erano alquanto insolite, perché non c’era un vero e proprio lavoro di composizione e scrittura, lasciando invece totale libertà di azione all’estro e alla spontaneità tipica di entrambi. Si incontravano ai Nemo Studios di Londra; di solito Vangelis cominciava ad improvvisare al sintetizzatore, ed Anderson a un certo punto gli andava dietro con la voce. Tutto qui. Incredibile. Ma la magia del duo era proprio questa: da un lato la capacità di Vangelis di creare brani assolutamente incredibili partendo da linee melodiche relativamente semplici. Dall’altro l’istinto e l’innata vena creativa che solo un musicista di matrice prog poteva avere.

A questo album fa seguito The Friends of Mr. Cairo, pubblicato nel luglio 1981. Di questo album esistono due edizioni, la prima con copertina in bianco e nero e la seconda (più famosa) con copertina a colori e l’aggiunta nella track list di I’ll find my way home, visto l’enorme successo che aveva ottenuto come singolo. Questo pezzo può considerarsi a pieno titolo come la prima vera hit della coppia: un brano in cui i due musicisti stavolta si completano a vicenda, senza prevaricarsi l’un l’altro, ma fondendosi in una sinergia perfetta, come la bellezza innata e gentile di questo brano, dalla delicata armonia e dal ritornello accattivante, capace di entrarti nel cervello dopo pochi minuti di ascolto, cosa che di solito succede con un brano commerciale: quando invece succede con un brano che tutto può definirsi tranne che commerciale, allora vuol dire che è un capolavoro. Insomma, un altro gioiello di valore assoluto.

Bello anche il video dell’esibizione a Top of the Pops del 1982. A questo proposito, Anderson racconta che Vangelis era inizialmente restio ad esibirsi al celeberrimo programma musicale, ma cambiò rapidamente idea dopo che il buon Anderson menzionò il cachet che la produzione gli aveva concordato. Altrettanto notevole è l’altro singolo trainante dell’album, State of Indipendence (poi reinterpretata da Donna Summer), una marcetta vivace e onirica che esemplifica alla perfezione il carattere tipicamente naif e spontaneo di buona parte delle composizioni del duo; basti pensare che quasi tutto il brano si sviluppa su due soli accordi che si ripetono ipnoticamente per ben 8 minuti, e il resto è solo istinto, libertà, poesia.

Io rimango convinto del fatto che se il 90% delle band di allora, come di oggi, avesse tentato di fare una cosa del genere, avrebbe prodotto una lagna inascoltabile, ma in mano a due come loro diventa magia pura. L’album ottenne recensioni decisamente migliori rispetto al primo, e segna la definitiva maturità e affermazione della loro collaborazione artistica (che ovviamente si sommava a quella già ottenuta a livello individuale) sulla scena musicale dei primi anni ‘80.
Insomma, finalmente Jon & Vangelis hanno trovato la quadratura del cerchio, la direzione è quella giusta, la convinzione pure, e la voglia di continuare è tanta: dopo una pausa di un anno, nel 1983 esce il terzo album, Private Collection, anche questo con la sua “perla”, che in questo caso è il singolo Italian song, brano interamente strutturato su un arpeggio etereo e se vogliamo un po’ “cocciantesco” (Cocciante è solo uno dei tanti artisti con il quale Vangelis ha collaborato, e l’ispirazione in questo brano appare piuttosto evidente), e impreziosito dalla divina interpretazione di Anderson, che qui raggiunge vette melodiche quasi inarrivabili per altri.

Molto bella anche Deborah, delicata ballata pianistica in cui si può apprezzare la superba fusione del talento strumentale di Vangelis e di quello vocale di Anderson; da brividi. Da segnalare, infine, la lunghissima Horizon (di quasi 23 minuti!), pezzo molto libero metricamente (la spontaneità di cui accennavo prima) eclettico e caleidoscopico, assolutamente indefinibile: si parte con un synth pop che fa tanto Blade Runner, anche questo interpretato magistralmente da Anderson, per poi passare a un celestiale trionfo di pad elettronici, che a loro volta cedono il passo a un malinconico arpeggio di pianoforte; poi tornano i pad elettronici e torna la voce di Anderson, bella più che mai; infine Vangelis sale in cattedra, con il suo stile tipicamente drammatico e classicheggiante che accompagna il maestoso finale di Anderson. Assolutamente deliziosa. Anche questo album ottiene buoni riscontri, e i tempi sono maturi per la pubblicazione di una prima raccolta di successi, avvenuta nel 1984.

A questo punto la collaborazione tra i due subisce una prima battuta d’arresto: Anderson infatti partecipa alla reunion dei redivivi Yes con la nuova formazione, che tornano alla ribalta con il leggendario album 90125, uscito anche questo nel 1983, e che vede tornare Anderson alla voce; l’enorme successo del singolo Owner of a Lonely Heart e il successivo trionfale tour porteranno a interrompere momentaneamente la collaborazione con Vangelis, fatta eccezione per il singolo di Anderson Easier said than done del 1985, di cui Vangelis firma la musica. Nel 1986 i due si incontrano nuovamente in studio, a Roma e ad Atene, per iniziare le registrazioni del loro album Page of Life, che però vedrà la luce solo nel 1991.

Questo album per me rappresenta la maggiore vetta artistica mai raggiunta dai due musicisti: un disco maturo, spirituale e praticamente privo di difetti, un album eclettico che combina pop, sinfonica, new age, elettronica e li fonde in una sinergia unica e irripetibile, dando luogo a un paesaggio musicale estremamente variegato e impreziosito dagli appassionati testi di Anderson, insolitamente romantico in questo album. Da gustare lentamente fino all’ultimo. Il disco avrebbe potuto segnare il grande ritorno di Jon & Vangelis a ben 8 anni di distanza dal loro ultimo lavoro e magari dare il la a una nuova fase creativa, e invece rimane tutt’oggi il loro ultimo album.

Purtroppo Vangelis non è mai stato uno con cui si possano fare progetti a lungo termine, perché ha sempre fatto una cosa finché gli andava di farla: è stato così con gli Aphrodite’s Child, ed è stato così anche con Anderson; il musicista inglese riferisce che l’ultima volta che parlarono insieme, Vangelis gli disse che era “stanco di Jon & Vangelis e stanco del business”. Fine della favola. Da allora in poi silenzio assoluto tra i due, nonostante i numerosi tentativi di Anderson di riallacciare i rapporti con il musicista greco, il quale però si è sempre reso irreperibile, rifiutando di fatto qualsiasi possibile reunion con il cantante britannico. Anche recentemente Anderson ha dichiarato di aver fatto un ultimo, disperato appello a Vangelis per chiedergli di tornare insieme solo un’ultima volta. Niente. Zero risposte. Neanche per dire semplicemente “no, grazie”.

Sul motivo di questo gelo di Vangelis nei confronti di Anderson sono state fatte varie ipotesi, ma la più accreditata sembra essere riconducibile a un episodio risalente al 1998: in quell’anno, infatti, Anderson ripubblicò Page of Life per il mercato americano, modificando copertina e track list; pare che Vangelis non abbia gradito molto quest’operazione commerciale, considerandola evidentemente un abuso di Anderson su qualcosa che apparteneva ad entrambi, e che lui avrebbe invece trattato come se fosse una sua proprietà privata, senza nemmeno consultarlo. Dopo Page of Life Anderson pubblicherà una serie di brani provenienti dalle sessioni di registrazione dell’album, che però confluiranno sotto varie denominazioni: Change We Must (1994) di Anderson, Let’s Pretend (1989) di ABWH, e via dicendo, tutti con testo di Anderson e musica di Vangelis. Per il resto, da segnalare solo la pubblicazione della seconda raccolta di successi, Chronicles, nel 1994. Di reunion, come accennavo prima, neanche a parlarne. Vangelis continua ad essere un fantasma per Anderson. Chissà se un giorno cambierà idea (francamente ne dubito).

Comunque vada, dobbiamo tutti un gigantesco “grazie” a questi due signori, due leggende della musica che si sono ritrovati insieme abbastanza casualmente, e che hanno saputo regalarci emozioni autentiche senza fare rumore, senza eccessi, e soprattutto senza inventarsi nulla, facendo semplicemente quello che sapevano fare meglio. Visti i risultati, direi che ci sono riusciti divinamente. Solo loro potevano fare quello che hanno fatto nel modo in cui l’hanno fatto. Con qualcun altro probabilmente non avrebbe funzionato, o comunque non sarebbe stata la stessa cosa, ne sono convinto. Una volta Vangelis disse che al giorno d’oggi accendi la radio e cinque minuti dopo ti serve un’aspirina (parole sante, e non dite che non vi è mai successo!). Ecco, la prossima volta che vi dovesse capitare, fate un favore a voi stessi: rifatevi gli orecchi. Ascoltate Jon & Vangelis.

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