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ALESSANDRO GWIS, IL TANGO TRA LE DITA

Incontro esclusivo con il pianista jazz romano sempre in costante evoluzione di stile e prossimamente in uscita con un nuovo album

di Paolo Marra

Insieme al gruppo degli Aires Tango il pianista Alessandro Gwis ha creato fin dagli anni novanta un caleidoscopio di atmosfere, suoni e ritmi che si intrecciano al ritmo del tango, sulle strade di Buenos Aires e Cordoba, con l’improvvisazione jazz e il canto poetico di lotte sociali mai sopite contro soprusi e violenze. Un viaggio iniziato nel 1994 condiviso con il fondatore del progetto, il sassofonista argentino Javier Girotto, il bassista Marco Siniscalco e il batterista Michele Rabbia che ha dato vita nel tempo ad altrettante importanti carriere soliste. Nel 2006 Alessandro Gwis pubblica il suo primo disco omonimo a cui segue il lavoro intitolato #2 collaborando nello stesso tempo con vari musicisti nell’ambito sia jazz che pop tra cui Enrico Rava, Paolo Fresu, Gianni Morandi, Samuele Bersani, Lucio Dalla e altri. Alla professione concertistica e in studio il pianista affianca l’attività didattica al Saint Louis College di Roma. L’abbiamo intervistato per parlare del suo prossimo lavoro e del difficile momento che sta coinvolgendo l’intero settore musicale dovuto all’epidemia da Coronavirus. Un’occasione per riflettere sulla legittima richiesta degli artisti di una immediata presa di posizione del Governo chiamato a un endorsement concreto nei riguardi dell’intero comparto dello spettacolo e della cultura in Italia affinché al più presto, nel rispetto delle regole, si possa ripartire per un altro viaggio.

Pensi che ci possa essere un’organizzazione dei concerti nei prossimi mesi che possa in qualche modo essere compatibile con le norme stabilite dal Governo in materia di sicurezza sanitaria in misura tale da permettere la ripartenza di un attività primaria per la sussistenza economica degli artisti?

Secondo me sì se parliamo di concerti all’aperto, già adesso potrebbe essere possibile. È vero che ci sono dall’altro canto dei problemi di organizzazione non evidenti: un palco deve essere montato ed è a tutti gli effetti un piccolo cantiere, il personale deve fare le prove, un’intera filiera soggetta a problematiche di diverso genere. Però un concerto in un parco come può essere a Roma la location della Casa del Jazz o la Cavea all’Auditorium in linea con le norme sul distanziamento tra le persone del pubblico sarebbe fattibile, con un problema comunque di minore vendita di biglietti e un conseguente abbassamento dell’indotto. Quello che trovo molto complicato è la ripresa dall’attività live invernale, in questo caso sono meno possibilista non solo perché da quello che sappiamo i rischi sanitari sono maggiori in inverno, se non sarà trovato un vaccino, ma soprattutto per il motivo che al chiuso, nei vari locali o club, il distanziamento tra le persone è più difficile da attuare.

Visto che il jazz, come anche altri generi di nicchia in modo particolare strumentale, sono spesso relegati per i concerti in locali di piccola dimensione ci si può aspettare una controtendenza da parte delle istituzioni nel mettere a disposizione degli artisti spazi più ampi come importanti teatri?

Serve un aiuto perché questo tipo di location hanno un costo elevato e di conseguenza vanno riempiti. Un teatro come il Teatro Sistina a Roma con 1800 posti può essere riempito con i grandi nomi del jazz non di certo con buon quartetto di musicisti romani di talento. Con un aiuto finanziario da parte delle istituzioni sarebbe possibile, ma si presenta come una strada molto difficile per riguarda i numeri.

Potrebbe esserci più spazio per gli artisti italiani nelle manifestazioni musicali visto la difficolta o addirittura l’impossibilità, se la situazione legata all’epidemia rimanesse la stessa, dei colleghi stranieri a spostarsi per raggiungere l’Italia?

Dal punto di vista brutale di avere più spazio è un aspetto positivo, dal punto di vista della circolazione della musica non lo è: siamo cresciuti in una società in cui possiamo accedere facilmente all’ingegno, alla bellezza e al talento di musicisti di tutto il mondo e mi dispiacerebbe non avere la possibilità di ascoltarli o suonarci insieme. Alcuni musicisti internazionali vivono nel nostro paese e collaborare con loro sarebbe sicuramente un palliativo a questa situazione.

Gli Aires Tango, da sinistra Marco Siniscalco, Alessandro Gwis, Javier Girotto, Michele Rabbia

Parliamo degli Aires Tango, un progetto musicale di cui fai parte ormai da diversi anni: state preparando del materiale nuovo?

Il progetto Aires Tango va avanti a bassa intensità rispetto a prima, un progetto che per una decina d’anni è stata la nostra principale fonte di reddito, soddisfazione, di gratificazione ma anche di ricerca musicale e artistica, poi ognuno di noi ha preso dei percorsi individuali che ha affiancato agli Aires Tango. Stavamo progettando in questi giorni di buttare giù qualcosa per un nuovo disco. Anche se di dischi se ne vendono pochi rimangono per noi indispensabili per dare una scadenza al repertorio nuovo e per la presentazione e diffusione alla stampa; la pubblicazione di una registrazione è ancora un momento importante che scandisce la nostra carriera.

I dischi si vendono poco perché ci sono altri canali di diffusione e assimilazione della musica o per l’assenza di un’adeguata promozione?

Ormai vendere un Cd è come vendere una macchina da scrivere. È un oggetto che è scomparso dalla quotidianità di cui non c’è più domanda. Ormai siamo abituati ad andare su youtube per trovare un brano che ci piace e di conseguenza il supporto fisico ha perso valore commerciale. Anche il ritorno del vinile, anche se si può guardare come un aspetto positivo, non è di certo un qualcosa che possa sostituire il motore economico del settore discografico. C’è poi un’altra considerazione da fare: un’idea che è passata in questi ultimi anni, che riguarda addirittura anche i live, è che non valga la pena spendere i soldi per la musica; è venuta meno la ritualità dello spendere per la musica, ma questo già da prima dell’epidemia da Covid-19 dato da un rapporto diverso con la socialità, da un cambiamento culturale e dall’avvento delle tecnologie.

Questo cambiamento culturale rientra anche nella scarsa considerazione degli artisti da parte delle istituzioni in questo particolare momento evidente nella mancanza di aiuti economici per far ripartire l’intero comparto artistico.

Veniamo da un martellamento politico e culturale che dura ormai da molti anni, basti ricordare la famosa frase di un Ministro “con la cultura non si mangia”. Nelle linee guida per la ripartenza della Regione Lazio non si parla di musica e concerti neanche in una pagina nonostante si parli invece di come devono essere organizzati i set cinematografici per quanto riguarda le mascherine e il distanziamento. Questo è dovuto anche al fatto che nella musica non girano più soldi, ci sono tanti a farla molti a consumarla ma con le nuove tecnologie l’indotto si è contratto, quindi è un settore che attrae pochi investimenti e attenzioni.

Perciò esiste un paradosso nella musica: da una parte una fruizione massiccia della musica attraverso canali eterogenei in ogni ora del giorno dall’altra un indotto ormai ai minimi termini che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa di questa forma d’arte.

La musica non è un bene come gli altri, ogni bene ha la sua grammatica: la musica ha bisogno di cornici. Il concerto, l’ascolto a casa del vinile sono cornici, la musica disseminata nella giornata come sottofondo non ha la stessa potenza di penetrazione perché la musica è un’arte fragile, che non si vede o non si tocca, che ha bisogno di un rituale simile a quello che si crea quando si va al cinema ad assistere alla proiezione di un film: si esce da casa, ci si mette seduti e si spengono le luci…lo stesso film visto su un qualsiasi dispositivo mobile mentre si svolge una qualsiasi altra attività perde la sua ritualità. C’è una bellissima frase di Frank Zappa che diceva “ nell’arte la cosa più importante è la cornice perché se io faccio una macchia sul muro o fatto una macchia sul muro ma se io ci metto una cornice intorno ho già espresso il desiderio di fare un’opera d’Arte con quella stessa macchia sul muro e quindi la cornice delimita dove finisce il mondo vero da dove inizia quello del mondo dell’Arte”.

Il momento di pausa che stiamo vivendo potrebbe creare un effetto di ritorno a paradigmi ormai dimenticati?

Questa esperienza ci radicalizzerà come musicisti, almeno lo spero fortemente. Io considero il mio lavoro prezioso, non c’è e non c’è stata una sola civiltà che non abbia avuto una forma d’arte. Quindi non è vera l’idea che l’artista faccia qualcosa di effimero di cui si può fare benissimo a meno. Penso che questa crisi farà bene sia a noi musicisti sia agli ascoltatori che amano la musica.

Alessandro Gwis e Samuele Bersani

Hai collaborato in passato con diversi musicisti della musica leggere come Morandi, Bersani ed altri: pensi che le problematiche relative a questo momento di pausa siano differenziate tra gli ambiti jazz e pop?

No assolutamente, la musica leggera non è più un porto sicuro come ricavi, certo rimane ancora la differenza con il panorama jazz ma c’è stata una diminuzione sostanziale anche in questo ambito. Il concerto rimane la principale fonte di guadagno per tutti i musicisti e l’epidemia è stata un grave colpo per tutta la categoria.

Puoi anticiparci qualcosa per riguarda il tuo prossimo lavoro discografico?

Il mio nuovo disco sarebbe dovuto uscire a Maggio, però abbiamo deciso di aspettare per l’impossibilità almeno per il momento di poterlo presentare in concerto a cui è seguita la decisione di annullare diverse date in programma . Il lavoro registrato per l’etichetta CNI sarà formato da mie composizioni usando sia il piano che l’elettronica con registrazioni in solo, in duo, in trio e quartetto. Vedrà alla batteria Marco Rovinelli, al basso Pierpaolo Ranieri, alle percussioni ed elettronica Michele Rabbia e in un brano la presenta del contrabbassista Luca Pirozzi.

Sei docente al Saint Louis College di Roma: i giovani allievi ci fanno sperare in positivo per quanto riguarda il futuro della musica d’eccellenza espressa nel nostro Paese?

Per quanto riguarda il livello tecnico sono molti più bravi rispetto alla nostra generazione, sono anche molto più preparati avendo un accesso più ampio alle conoscenze e alla didattica. Non sono un pessimista per quanto riguarda il futuro, artisticamente parlando, perché i ragazzi con cui sono in contatto come docente sono equilibrati e hanno una velocità di pensiero musicale molto spiccato. Ma purtroppo non c’è stata mai un’età d’oro della musica strumentale rispetto a quella vocale, però non ci lamentiamo…

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